Per il consenso serve la paura
“Per il consenso serve la paura”, sosteneva Francesco Cossiga (qui l’articolo) prodigo di consigli alla Polizia di Stato su come criminalizzare il dissenso e cristallizzare il consenso, appunto, attorno alla paura: “Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura”. L’altroieri il ministro dell’Interno tuonò: “Ilo Tav madre di tutte le preoccupazioni”, annunciando l’impiego dell’esercito a difesa degli obiettivi sensibili, in primis Equitalia.
Piazza Fontana, la strage di Bologna e quella di Brescia, l’Italicus sono solo alcuni dei tanti attentati omicidi avvolti nel mistero, a cui oggi si aggiunge quello di Brindisi. Che ruolo hanno giocato settori deviati dello Stato in questi eventi? E nelle stragi del 1992/93 quale oscena trattativa Stato/mafie è stata imbandita a colpi di tritolo? Oggi gli antichi referenti della mafia sono in declino: serve un turn over. Cercasi nuovi referenti. Oggi l’ordine sociale imperante viene sempre più percepito come reale disordine, jungla dell’homo homini lupus dove le reti di protezione e solidarietà si sfilacciano, mentre si impone la cultura del sacrificio, quando non dell’autosacrificio dei suicidi ormai giornalieri. Lo stato di cose è intollerabile, e sempre più cittadini invocano un cambiamento, sempre più cittadini si mettono al servizio del cambiamento per far rinascere l’Italia.
La morte viene seminata durante momenti di instabilità sociale, di contestazione dell’esistente e di anelito al cambiamento, in modo che le speranze di trasformazione vengano strozzate nella culla mentre i cittadini, nello smarrimento e nell’angoscia, cercano il conforto di “vecchie” e soprattutto false promesse.
Riporto di seguito un articolo da Il Fatto Quotidiano che contiene un’illuminante analisi dell’attentato (Cesare Del Frate)
Articolo di Domenico Valter Rizzo
Le immagini di Brindisi riaprono un incubo e non è quello di Capaci e via D’amelio, bensì un incubo più antico: è lo spettro della Stazione di Bologna, quello di Piazza Fontana che si materializza di nuovo.
L’attentato di Brindisi non ha nulla a che vedere con le strategia mafiose degli anni ’90, appare invece sempre più legato da un filo, che pareva spezzato, alla stagione eversiva che ha segnato la storia della Repubblica sin dalle sue origini. Le organizzazioni criminali, quelle pugliesi o quelle che su quel territorio hanno una qualche presenza, possono certamente aver svolto un ruolo nell’esecuzione dell’attentato, ma non possono averlo ideato e non ne traggono alcun beneficio. L’Italia è un paese nel quale storicamente alcune organizzazioni criminali hanno svolto il ruolo di “agenzie” al servizio di un potere che per semplicità abbiamo definito “occulto”.
Le mafie non hanno mai colpito nel mucchio. Le loro azioni stragiste sono sempre state mirate, soprattutto sono state sempre facilmente identificabili, perché un’azione mafiosa è efficace solo se l’attribuzione all’organizzazione stessa è palese. Così è stato in Sicilia, così è stato in Calabria, dove le bombe la ‘ndrangheta le ha messe contro obiettivi simbolici come il Palazzo di Giustizia. La mafia non rivendica come le Br o i Nar, ma lascia una firma inconfondibile, necessaria per ribadire il suo potere.
Un’azione che punta ad una strage – lo ha ribadito in queste ore il capo della Polizia, Manganelli – colpendo un obiettivo assolutamente indifferenziato, non rientra nel modo di operare né delle mafie e neppure delle organizzazioni terroristiche, come le BR o i gruppi anarco-insurrezionalisti. La mafia siciliana a sua volta non ha un gruppo dirigente capace di ideare e organizzare un attentato di questo livello. La pista legata alle mafie, indicata con faciloneria da osservatori a caccia di scontati collegamenti, appare dunque inconsistente. La storia del Paese è segnata da altre azioni stragiste di matrice oscura: stragi “mascariate”, che hanno punti di assoluto contatto con quanto è avvenuto a Brindisi.
Se non siamo dunque di fronte a un’azione mafiosa, siamo di fronte a qualcosa di ancora più pericoloso. Siamo di fronte all’avvio di una nuova stagione di strategia della tensione. Le vittima cercate erano palesemente maggiori; il soggetto: giovani adolescenti; il luogo: una scuola periferica di una cittadina di provincia. Sono tutti elementi che lanciano al Paese un messaggio di terrore assoluto:nessuno, in nessun luogo può sentirsi al sicuro.
L’obiettivo dei “bastardi”, così li ha giustamente definiti il sindaco di Brindisi, che hanno ammazzato Melissa e ridotto in fin di vita Veronica e ferito decine di altri ragazzi innocenti, è scatenare la paura, il terrore, l’angoscia. Il risultato da raggiungere è come sempre riflesso d’ordine, una contrazione della democrazia, una paura che giustifichi e persino chieda un restringimento delle sedi di decisioni, che tagli radicalmente la democrazia. Il progetto dei nuovi registi della strategia della tensione è, come allora, la costituzione di un potere oligarchico, autoritario. La crisi economica devastante, il terrore, sono due ingredienti essenziali per chi persegue questo disegno, ingredienti che possono, assai più rapidamente di quanto si possa credere, fare saltare il sistema democratico che conosciamo, trasformandolo in un sistema oligarchico nel quale resti in piedi solo una vuota democrazia formale. Un progetto vecchio, che l’Italia ben conosce, che ha contrastato pagando prezzi durissimi. La domanda che l’attentato di Brindisi ci pone in maniera feroce è una sola: questo Paese oggi è ancora in grado di difendersi da questo pericolo? Siamo di fronte solo alla prima prova e purtroppo dovremo aspettarci mesi duri, mesi di sangue e di paura. E in questa stagione siamo, purtroppo, tutti troppo deboli.
Banchetto 5 Stelle sull’Autostrada
Continua l’opera di informazione dal basso sul progetto di autostrada Broni-Pavia-Mortara: sabato 19 maggio saremo all’allea (ingresso di Piazza Petrarca) dalle 15 alle 18 con un gazebo per sensibilizzare i cittadini sul futuro del nostro territorio.
Passate a trovarci!
Per info: cesare.delfrate [@] gmail.com
Assemblea 5 Stelle

Dopo il BOOM 5 Stelle alle amministrative, e in vista della continuazione dei tanti impegni sul territorio, dagli inceneritori all’autostrada Broni-Pavia-Mortara, dalla mobilità sostenibile all’innovazione nelle politiche energetiche, e soprattutto per irrobustire il nostro lavoro di rinnovo della politica (basta casta!), il MoVimento 5 Stelle di Pavia terrà un’assemblea cittadina Venerdì alle 21.30, punto di ritrovo Via Teodorico (traversa di Corso Garibaldi all’altezza del Bar Il Cantiere).
Vi aspettiamo!
per info e contatti: cesare.delfrate [@] gmail.com
BOOM 5 STELLE!!!
Da Pavia abbiamo seguito con interesse e trepidazione la campagna elettorale delle Liste 5 Stelle sia in Lombardia che nel resto d’Italia. E oggi festeggiamo il grande risultato! Qui trovate i risultati per i comuni lombardi:
http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/lombardia/2012/05/risultati-elettorali-lombardia.html
A un giorno dal voto già si sprecano i commenti di diversi politici-fossili: Per l’UDC Cesa siamo NEFASTI: l’UDC fonderà un “nuovo soggetto politico, una forza di buon senso capace di attrarre tutti gli italiani che non cercano scorciatoie impossibili e nefaste come quella dell’antipolitica”. Napolitano non vede nessun “boom 5 stelle”. Amato ha detto che non siamo “un partito di governo”: chi può governare non lo decidono gli italiani ma Berlusconi e Bersani, autocertificati partiti di governo per grazia divina e concessione di Re Napolitano. Non hanno capito nulla, ma tanto ormai non ce ne stupiamo neanche più.
Noi andiamo avanti con il lavoro sul territorio. In settimana faremo un’assemblea 5 stelle a cui inviteremo tutti coloro che sono interessati all’attivismo civico, a breve comunicheremo data e luogo. Stay tuned!
Firme false alle ultime regionali: un primo patteggiamento?
Riportiamo qui l’articolo pubblicato oggi dalla Provincia Pavese e riferito al coinvolgimento di un esponente locale del PDL nella inchiesta sulle firme false per la presentazione delle liste alle ultime elezioni regionali.
Attendiamo fiduciosi la conclusione dell’iter processuale ma si resta sorpresi nel constatare che il principale partito della Lombardia sembra non riesca a raccogliere le relativamente poche firme necessarie per presentare legittimamente le candidature.
E’ ipotizzabile che la definizione delle candidature all’interno del listino del Presidente ovvero i nomi degli 8 candidati che senza campagna elettorale personale avrebbero guadagnato un seggio in consiglio regionale possa avere originato la necessità di falsificare le firme.
E’ sorprendente che questa, secondo tanti autorevoli commentatori, sarebbe la “Politica” dei partiti che si contrapporrebbe all’Anti-politica dei movimenti dei cittadini. Verrebbe da pensare l’opposto ….
SABATO, 28 APRILE 2012
Pagina 24 – Cronaca
Firme false, indagato pure Podestà
Nell’inchiesta coinvolto anche l’ex sindaco di Bascapè, Secchi: vuole patteggiare
BASCAPE’ Nell’inchiesta sulle firme false della lista di Formigoni, che ieri è costata un avviso di garanzia al presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, è coinvolto anche Gianluigi Secchi, ex consigliere provinciale del Pdl ed ex sindaco di Bascapè. Secchi, che ha chiesto di patteggiare un anno di reclusione per l’accusa di avere autenticato 20 firme che si sono poi rivelate false (c’è già il parere favorevole del pubblico ministero Alfredo Robledo), era stato iscritto nel registro degli indagati più di un anno fa, insieme ad altre 14 persone, tra consiglieri e sindaci della Lombardia. In questa stessa inchiesta anche Podestà ha ricevuto un avviso di conclusione delle indagini. L’esponente del Pdl è accusato di falso ideologico, pluriaggravato e continuato, perché – come riportato nell’atto firmato dal procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo, che ha coordinato le indagini condotte dai carabinieri – sarebbe stato il «promotore» della presunta falsificazione di 926 firme che sono servite per far concorrere alle Regionali di 2 anni fa la lista “Per la Lombardia” di Formigoni e quella del Pdl per la circoscrizione provinciale milanese. Il presidente della Provincia, indagato nella sua qualità all’epoca di coordinatore lombardo del partito di Berlusconi, ha voluto ribadire, come aveva già fatto in passato, la sua «estraneità ai fatti che mi vengono contestati». Lo stesso Podestà ha chiarito «che la gestione esecutiva e gli adempimenti amministrativi della presentazione delle liste non erano di mia diretta competenza, in quanto sempre stati, in ogni tornata elettorale, di responsabilità di un apposito ufficio del partito». Precisando, inoltre, che la vicenda «non ha nulla a che fare con l’attività istituzionale e di amministrazione della Provincia». (m. fio.)
Keynes, il Moloch e le vere ragioni dell’austerity
di Cesare Del Frate
Chi avrebbe potuto immaginare che fu proprio John M. Keynes il primo economista a denunciare, nel lontano ma assai vicino 1925, l’effetto “disastroso” di politiche che agitano lo spauracchio della Cina e delle tasse per perseguire senza dichiararlo scelte economicamente depressive e di abbassamento dei salari? Sembra incredibile che già nel 1925 Keynes smontasse quelle stesse costruzioni ideologiche, da lui chiamate il “Moloch” o l’“idolo” liberista a cui obbedire per “fede”, che oggi ci vengono riproposte come verità adamantine. Ma andiamo con ordine, rileggiamo con attenzione questo breve saggio di 20 pagine, Le conseguenze economiche di Wiston Churchill (oggi ristampato nella raccolta Esortazioni e profezie, IlSaggiatore, Milano, 2011), e troveremo forti analogie con la crisi attuale.
L’articolo esamina gli effetti della decisione di adottare il gold standard, presa dal Governo inglese di Churchill nel 1925: l’agganciamento della sterlina al valore dell’oro, contestualmente all’adozione dello stesso gold standard da parte degli Stati Uniti, dell’Australia e dei principali partners economici dell’Inghilterra, instaurò un regime di cambi fissi fra le rispettive valute tramite il comune ancoramento al valore dell’oro. Il Comitato Cunliffe, formato da esperti finanziari, aveva caldeggiato tale soluzione in un rapporto che sosteneva che se l’Inghilterra non avesse adottato il gold standard “l’incertezza della situazione monetaria danneggerà la nostra industria, la nostra posizione di centro finanziario internazionale ne soffrirà e la nostra reputazione commerciale nel mondo si abbasserà”. Il gold standard veniva quindi presentato come la soluzione che avrebbe garantito la stabilità dei prezzi, la reputazione commerciale, la crescita economica, la difesa contro le turbolenze dei mercati internazionali. Notiamo subito l’analogia con le istituzioni dello SME prima e dell’euro poi le quali, pur non prevedendo la convertibilità in oro, creano un sistema di cambi fissi (lo SME) o di omogeneità valutaria fra zone economicamente non omogenee (l’euro). Anche le retoriche che hanno accompagnato queste scelte sono le medesime: stabilità dei prezzi, crescita economica, scudo contro la speculazione e le incertezze dei mercati internazionali.
Torniamo a Keynes, il quale si chiese pragmaticamente quali fossero le conseguenze economiche dei cambi fissi: per prima cosa, l’economista nota la rivalutazione della sterlina rispetto al dollaro. Con l’entrata in vigore del gold standard, il cambio sterlina/dollaro passa da 4,40 a 4,86, con un rivalutazione di circa il 10%. Ciò ha dei vantaggi: con una moneta rafforzata l’acquisto di merci o di materia prime dall’estero costerà di meno. Ma Keynes è preoccupato dagli svantaggi: una sterlina rivalutata del 10% significa che il costo del lavoro aumenta del 10% danneggiando le esportazioni e rendendo le industrie orientate al commercio estero meno competitive. Questo non avverrebbe se la rivalutazione del 10% della sterlina avvenisse contemporaneamente a un abbassamento del 10% sia del salari sia del costo dei beni e dei servizi: in tal caso, il costo reale della produzione industriale rimarrebbe invariato. Questa ipotesi è meramente concettuale, empiricamente è impossibile che i salari e il costo della vita si contraggano automaticamente in risposta alla rivalutazione della moneta. In questo scarto temporale fra la rivalutazione monetaria e l’abbassamento dei costi di produzione si crea una crisi depressiva, da cui sarà possibile uscire unicamente o abbandonando il gold standard (strada ovviamente non praticabile visto la decisione del Governo) o comprimendo i salari. Per questo motivo, Keynes, subito all’inizio del saggio afferma che la rivalutazione monetaria avrà come inevitabile conseguenza l’abbattimento dei salari, e il resto dell’articolo consisterà in un’analisi dettagliata degli scenari economici conseguenti:
«La politica di Churchill di aumentare il cambio del 10% si rivela come la politica di ridurre, presto o tardi, di due scellini per ogni sterlina il salario di tutti e di ciascuno. [...] Adesso il Governo si trova di fronte al divertente compito di attuare la sua decisione, pericolosa e non necessaria» (p. 189-190).
Keynes è ancora più categorico quando commenta l’esito di una rivalutazione monetaria fatta “a tavolino”, cioè non derivante da un effettivo cambiamento nell’economia reale:
«Rivalutando la sterlina del 10% noi trasferiamo un miliardo di sterline nelle tasche dei rentiers, traendole dalle tasche di tutti gli altri, ed aumentiamo l’onere del debito nazionale di circa 750 milioni di sterline» (p. 193).
In cosa consisterà il “divertente compito” di implementare una decisione “pericolosa e non necessaria”? In “sacrifici” chiesti ai lavoratori tramite “riassestamenti fondamentali” (i primi a doversi sacrificare saranno i minatori delle miniere di carbone). Il legame fra abbattimento dei salari e politiche monetarie, tuttavia, non viene mai esplicitato né dal Governo né dalle Istituzioni finanziarie: i “sacrifici” vengono chiesti in nome di un equilibrio generale dai contorni vaghi e indefiniti, mentre la possibilità che questi stessi “sacrifici” derivino da scelte monetarie arbitrarie viene espressamente negato:
«Il Presidente del Board of Trade ha affermato alla Camera dei Comuni che le conseguenze del ritorno all’oro sul nostro commercio estero sono tutte positive, ed il Cancelliere dello scacchiere ha manifestato l’opinione che il ritorno alla parità aurea non sia responsabile della situazione del settore carbonifero più di quanto ne sia responsabile la Corrente del Golfo. Sono affermazioni che appartengono alla categoria delle idiozie. I ministri sono liberi di discutere se il ripristino dell’oro valga questo sacrificio e se il sacrificio è solo temporaneo. Quando entra in azione una causa generale, quelli che vengono eliminati sono sempre i già deboli per altri motivi. Ma, se è vero che un’epidemia di influenza è fatale soltanto per i deboli di cuore, non è lecito per questo affermare che l’influenza è tutta positiva o che non sia responsabile della mortalità più di quanto lo sia la Corrente del Golfo» (p. 190).

Negare che una moneta più forte sia uno svantaggio per le esportazioni viene da Keynes relegato nella “categoria delle idiozie”. Per l’industria la perdita di competitività equivale alla necessità di comprimere i salari per ridurre il costo di produzione: l’evidente interrelazione causale fra i due fenomeni viene negata dal Governo per non dover ammettere la verità sulle conseguenze delle scelte di politica monetaria; i sacrifici devono apparire necessari e soprattutto senza alternative, come recita d’altronde anche l’odierno slogan TINA (there is no alternative). L’insieme di alternative e possibilità decisionali viene occultato dietro l’apparente “ovvietà” dei fatti, del comportamento dei mercati o delle richieste di modernizzazione, cioè i “riassestamenti fondamentali”:
«Se vogliono essere fedeli ai loro principi le autorità della Banca d’Inghilterra dovranno sfruttare questo margine di tempo per attuare quelli che vengono eufemisticamente chiamati i riassestamenti fondamentali. [...] Che cosa significa, in parole povere? Significa che dobbiamo ridurre i salari monetari e, per loro mezzo, il costo della vita, nella convinzione che quando il processo delle compressioni a catena sarà concluso, i salari reali avranno lo stesso valore, o quasi, che avevano prima. E qual è il processo pratico attraverso cui [...] si consegue questo risultato? Uno solo: aumentando deliberatamente la disoccupazione. [...] Questa è la sana politica che si impone come risultato della sconsiderata decisione di inchiodare la sterlina ad un valore aureo che, calcolato in potere d’acquisto della manodopera inglese, ancora non ha. Ma è una politica da cui ogni essere umano o razionale dovrebbe rifuggire» (p. 197-198).
La Banca d’Inghilterra contrae le linee di credito, quindi e le imprese non hanno più la liquidità per sostenere gli investimenti e iniziano a licenziare. Più si allarga la massa dei disoccupati più cala il costo del lavoro. La relazione non è diretta, si tratta appunto di una “catena” che partendo dal credit crunch porta ai licenziamenti e infine all’abbassamento dei salari:
«La deflazione non comprime i salari automaticamente, ma attraverso un aumento della disoccupazione. L’obiettivo specifico di una politica di denaro caro è di frenare un boom incipiente: sventura a chi se ne serve per aggravare una depressione!» (p. 199).
Perché Keynes preannuncia “sventura” agli Stati che perseguano simili politiche? Se le ipotesi del Governo britannico fossero corrette, la depressione sarebbe temporanea, durando solo fino a quando i salari saranno scesi fino a raggiungere il livello che consente alle imprese di recuperare competitività (quindi una diminuzione di circa il 10%). Da quel punto in poi la situazione dovrebbe stabilizzarsi, provocando inoltre un abbassamento del costo della vita e un recupero del potere reale di acquisto. Secondo Keynes non è così: politiche depressive producono depressione economica, non esiste un momento magico o epifanico dove il mercato si risolleverà da solo. Ma considereremo meglio in seguito questi aspetti, per ora torniamo a seguire il filo del ragionamento del saggio.
Come abbiamo visto, in quello che Keynes chiama “processo delle compressioni a catena” il risultato finale è l’abbattimento dei salari. La “catena” di causa-effetto non viene però pubblicamente riconosciuta e il discorso dominante nega la possibilità di percorrerla a ritroso per arrivare alle scelte, e quindi alle alternative. I sacrifici sono inevitabili, operai e disoccupati non devono avere scelta se non quella di accettare le “compressioni” (dei diritti e del tenore di vita):
«Ai minatori non si offre che la scelta fra la sottomissione e la fame, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi» (p. 200).
I lavoratori che vedono crollare il proprio tenore di vita:
«Sono le vittime sacrificate al Moloch dell’economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati dal Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra per soddisfare l’impazienza con cui i patres conscripti della City vogliono livellare la “modesta sfasatura” fra 4,40 e 4,86 dollari per sterlina. I minatori (e quelli che seguiranno) sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire la stabilità del gold standard» (p. 200).
Significativamente, Keynes, con amara ironia, chiama i finanzieri della City “patres conscripti” (nome dato nella Repubblica romana ai senatori), come se nel Parlamento inglese non decidessero i parlamentari eletti ma i “senatori” della finanza. Abbiamo già visto come per Keynes l’ancoraggio della moneta a un sistema di cambi fissi, per di più con una rivalutazione monetaria, equivalga a un enorme trasferimento di ricchezze dai lavoratori e dalle classi medie a favore dei rentiers, termine da lui utilizzato per nominare coloro che traggono profitti da attività non produttive (come il prestare denaro o speculare in Borsa). Dobbiamo anche sottolineare un non detto: per tutta la lunghezza del saggio Keynes non imputa mai l’ideazione delle politiche depressive, o di austerity, alla classe imprenditoriale, la quale anzi ne viene danneggiata proprio per via della depressione stessa (nonostante alcuni imprenditori possano cadere vittima dell’inganno ideologico secondo cui l’abbassamento del costo del lavoro porterà loro vantaggi nel lungo termine, e non solo nel breve periodo). In altri scritti Keynes approfondirà la sua concezione (critica) del ruolo dei rentiers, cioè della finanza, nell’economia, ma nel nostro articolo vi dedica solo alcuni accenni polemici, fra cui il seguente:
«Temo che le elaborazioni dei consiglieri di Churchill escano ancora dall’immaginario mondo accademico, popolato da redattori della City, membri del comitato Cunliffe o di quello monetario e di tutta quella genía, secondo la quale i necessari riassestamenti derivano automaticamente da una “sana” politica della Banca d’Inghilterra» (p. 193).
L’“immaginario mondo” dei tecnici accademici che consigliano il Governo è per Keynes “popolato” non da imprenditori o da genuini studiosi di economia, ma da “redattori della City”, finanzieri del comitato Cunliffe (lo stesso che raccomandò l’adozione del golden standard) e più in generale da una “genía” di speculatori e rentiers che credono di poter governare l’economia unicamente tramite le rarefatte leve delle politiche monetarie (ignorando quindi i processi dell’economia reale). La contrapposizione fra il “Moloch” delle dottrine liberiste e finanziarie e lo studio dei processi economici reali non potrebbe essere più forte:
«La verità è che siamo al bivio fra due teorie della società economica. L’una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto di classi. L’altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati dalla pressione economica, altrimenti detta “realtà dei fatti”, e che tutta la nostra grande macchina debba procedere a rullo compressore, tenendo presente soltanto l’equilibrio generale, e senza prestare attenzione alle conseguenze casuali che comporta per i singoli gruppi» (p. 200).

Le teorie economiche elaborate dai rentiers, che governano la City mentre contemporaneamente fungono da “tecnici” che scrivono i programmi economici del Governo, paragonate da Keynes a un Dio avido di sacrifici, il “Moloch”, hanno una particolare ossessione per il gold standard inteso come sistema di cambi fissi, tanto che quest’ultimo potrebbe essere definito l’“idolo” di questa visione fideistica dell’economia:
«Il gold standard, [...] con la sua fede nei “riassestamenti automatici”, è l’emblema sostanziale, l’idolo di quelli che siedono nella cabina di comando» (p. 201).
I “riassestamenti automatici” che dovrebbero far seguito ai “riassesti fondamentali” (le riforme strutturali) sono oggetto di una fede miracolistica in un evento messianico di salvezza: il mercato risorgerà da solo, come l’araba fenice, dopo la depressione portata dalla “catena di compressioni”: i sacrifici devono essere sopportati da lavoratori e imprenditori perché sono il pegno di una salvezza futura non ancora intravista ma certa. A questa fede dei rentiers Keynes contrappone un argomento logico ancor prima che empirico: manovre depressive producono depressione e non certo crescita. Si tratta di una semplice tautologia. Finché si adotteranno politiche di austerità depressiva continuerà la depressione, il mercato da solo non può “salvarsi”, cioè tornare a crescere mentre lo stiamo impoverendo con la “catena di compressioni” dei salari e quindi dello stesso mercato interno. Non esistono miracoli e un mercato impoverito non riprenderà a creare ricchezza. Keynes condanna senza mezzi termini l’autolesionismo di una simile governance dell’economia:
«È un modo odioso e disastroso perché ha effetti ineguali sui vari gruppi, a seconda della loro maggiore o minore forza, e perché determina uno spreco economico e sociale nel periodo di attuazione» (p. 205).
Come è possibile che i cittadini inglesi accettino una simile politica economica? In realtà, sostiene Keynes, non l’hanno mai accettata perché non ne sono mai stati informati: il Governo e i tecnici della City non hanno dichiarato apertamente la volontà di comprimere i salari per recuperare produttività, né hanno spiegato le logiche soggiacenti determinate scelte, preferendo trincerarsi dietro slogan generici quali “modernizzazione”, “stabilità”, e più di ogni altro “fiducia”:
«Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes [relativo alle riparazioni di guerra, ndr], alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto» (p. 202).
I cittadini si confrontano con una serie di difficoltà concrete nella vita di tutti i giorni, e non sempre riescono a cogliere il quadro generale dell’economia: grazie al “depistaggio” operato dai politici, con il Governo che “evita di chiamare le cose con il loro vero nome” (p. 198), la frustrazione dei lavoratori si scaglierà contro le cause apparenti della crisi, dalle “tensioni industriali” fino alla Cina. Il Governo darà la colpa della depressione “a qualunque cosa al mondo” pur di non ammettere le sue responsabilità di politica monetaria e pur di non dover presentare ai cittadini quali siano le reali alternative possibili, in modo che il Paese possa compiere una scelta consapevole e responsabile su come intende essere governato. Anche i sacrifici possono essere accettati, ma solo se sussiste una conoscenza condivisa della loro necessità e soprattutto dei loro effetti benefici sull’economia (cosa difficilmente dimostrabile nel nostro caso). Perché nascondere le cause del disagio e agitare finti bersagli? Per un motivo molto chiaro: le decisioni del Governo rappresentano: «una politica che il Paese non permetterebbe mai se sapesse come sono andate le cose» (p. 207).
Le previsioni di Keynes sull’Inghilterra dell’epoca furono confermate da un lungo periodo di crisi precedente a quella mondiale del ’29, e sono ancora oggi confermate dai dati storici sulle crisi in Argentina, Messico, Equador e molti altri Paesi che adottarono cambi fissi implementando politiche di austerity.
Quale soluzione propone Keynes alla spirale depressiva della “catena di compressioni” dell’austerity? Come è noto, l’economista sostiene la necessità di politiche anticicliche, e quindi “espansive” durante i periodi di recessione, ma non approfondisce l’argomento in questo saggio. Dedicheremo all’argomento un prossimo articolo, per ora accontentiamoci della pars destruens delle argomentazioni keynesiane.
E torniamo alla nostra situazione: sicuramente sareste rimasti sbalorditi, come lo sono stato io, nel leggere le straordinarie analogie fra la situazione descritta da Keynes e la nostra. A tal riguardo, ricordiamo solo alcuni dati. L’instaurazione dello SME prima e dell’euro poi ha creato un sistema di cambi fissi. In che modo vi è entrata l’Italia? In seguito alla crisi della lira del 1992, siamo rientrati nello SME nel 1998: a quale tasso di cambio? Il tasso, è noto, fu di 1936,27 lire per ogni euro. Il dato importante tuttavia non è questo ma il raffronto con il marco tedesco, quotato 1,95583 per ogni euro. Il calcolo dà 989,999 lire per ogni marco (dal 1998 al 2002, data di sostituzione delle monete locali con l’euro). Questo tasso di cambio fisso lira/marco equivalse a un forte apprezzamento della lira, il cui cambio, nei 3 anni precedenti al rientro nello SME, oscillava da un minimo di 1.300 lire per marco a un massimo di 1.100 lire per marco. 989,999 lire per marco, cifra “arbitraria” stabilita per il rientro nello SME, equivale a un fortissimo apprezzamento della lira rispetto sia alle 1.100 lire del tasso di cambio di mercato sia alle 1.300 lire delle oscillazioni precedenti. In altre parole, come la Sterlina con il gold standard si rivalutò rispetto al dollaro del 10%, noi abbiamo rivalutato di circa il 25% la lira rispetto al marco (e anche rispetto al dollaro, più debole dell’euro negli anni immediatamente successivi fino ad oggi). Non stupirà allora che dal 1998 le serie storiche di dati sulle nostre esportazioni segnino una contrazione progressiva, mentre parallelamente crescono le quote di esportazione tedesche in Europa e nel mondo.

Per un’economia debole avere una moneta agganciata a un’economia più forte produce perdita di competitività e una ridistribuzione della ricchezza. Esattamente ciò che è successo in tutta la periferia europea, dal Portogallo alla Spagna fino a noi. Avere una moneta scambiata a tasso fisso o un’unica moneta non è rilevate, ciò che importa è l’omogeneità valutaria imposta a zone economicamente disomogenee, che produce un travaso di ricchezza come fra vasi comunicanti. Agganciare una moneta debole a una più forte è una strategia storicamente utilizzata nello sfruttamento coloniale e neocoloniale: ad esempio gli Stati dell’Africa subsahariana ex colonie francesi avevano le loro valute agganciate al franco (ed oggi all’euro). Il FMI, come condizione per concedere prestiti ai Paesi africani in crisi, ha sempre chiesto che questi adottassero “riforme strutturali” a partire dalla parità monetaria con il dollaro. Argentina, Messico ed Equador sono tutti Paesi che prima del crollo finanziario avevano adottato la parità col dollaro (abbandonata negli anni successivi ai crolli finanziari in seguito a proteste di massa oceaniche).
In Italia, lo SME e l’euro hanno prodotto una perdita di competitività a cui i Governi hanno risposto con l’introduzione delle “riforme strutturali”: del mercato del lavoro con il pacchetto Treu, con l’abbandono della Scala mobile che agganciava i salari agli aumenti dell’inflazione, con l’estensione del precariato della riforma Biagi e con lo svuotamento dell’art. 18 della riforma Fornero. Riguardando il ventennio liberista che abbiamo alle spalle e davanti a noi, possiamo comprendere come gli obiettivi di flessibilizzazione e modernizzazione siano solo slogan: il vero obiettivo è attuare quella “catena di compressioni” che abbatteranno i salari grazie all’aumento della disoccupazione e della precarietà, nella speranza (la “fede” di cui parla Keynes) che questo porti a una maggiore competitività della nostra economia, in un futuro prossimo di salvezza messianica periodicamente annunciato da vent’anni. Di fatto, l’Italia non ha mai conosciuto un periodo così prolungato di stagnazione, e oggi di recessione, dal dopoguerra ad oggi: non è difficile comprenderlo se consideriamo che precarietà e disoccupazione impoveriscono la domanda interna (a chi dovrebbero vendere i loro prodotti gli imprenditori, in un mercato interno depresso e su un mercato estero dove hanno lo svantaggio competitivo di una moneta sopravvalutata?). Vent’anni di sacrifici ci hanno condotti nella situazione in cui siamo ora. Starà ai cittadini italiani decidere se vogliono continuare la spirale dei sacrifici o se intendono voltare pagine con l’ideologia liberista e il governo dei rentiers.
Ecomafie in Lombardia
di Giorgia Lomartire
Lunedì 2, In una fresca serata primaverile, si è svolta presso l’Aula magna della nostra Università una conferenza molto interessante organizzata dal neonato movimento Costruendo Libera riguardante il velenoso insediamento delle mafie nel territorio italiano e in particolare in quello lombardo.
Il dibattito è stato aperto dalla giornalista del Sole 24 ore Serena Uccello e dal dr. Cannavò di Legambiente che hanno riportato dei dati molto inquietanti: l’ammontare dei veleni sequestrati in 10 anni ricoprirebbe tutta la rete autostradale italiana e cioè 13 milioni e centomila tonnellate di rifiuti il cui valore è pari a 43 miliardi di euro!!! (Se pensiamo che per creare un sistema di ammortizzatori sociali decente basterebbero solo 2,3 miliardi di euro…). E questi sono solo i dati sui sequestri,senza contare quella che i criminologi chiamano la “cifra oscura”, i reati che non sono stati scoperti/denunciati.
Nel 2010 i dati degli illeciti ambientali nella nostra Regione vedono un aumento consistente rispetto all’anno precedente e uno slittamento dal 14° al 6° posto per l’illegalità nel ciclo dei rifiuti:
1679 reati contro l’ambiente (+ 89% rispetto al 2009)
1340 persone denunciate (+55% rispetto al 2009)
7 persone arrestate (- 22% rispetto al 2009)
474 sequestri effettuati (+79% rispetto 2009).
In particolare il settore della movimentazione terra è quello in cui la ‘ndrangheta detiene il primato assoluto, soprattutto nella zona dell’hinterland milanese e della brianza con la complicità di molti imprenditori, i cosiddetti “colletti bianchi” (specializzati nella falsificazione dei documenti), senza contare che le sanzioni previste dalla normativa di riferimento (cfr. art.260 Dlgs 152/2006) per tali reati sono molto poco efficaci, con il rischio oltretutto di incorrere nella famigerata prescrizione. La maggior parte delle infrazioni dell’Unione Europea riguarda appunto la materia ambientale e la sua tutela penale: una direttiva che prescriveva l’adozione entro dicembre 2010 di strumenti penali in tale ambito non ha invogliato il legislatore che a introdurre nel luglio 2011 soltanto due contravvenzioni, senza fare alcuna riforma generale in merito.
Nel discorso si è poi inserito il dr. Cicconi che ha sottolineato il ruolo fondamentale che la Pubblica Amministrazione dovrebbe avere nel controllare i lavori pubblici facendo specifico riferimento all’articolo 118 comma 11 della normativa sui contratti pubblici, che contiene la definizione del subappalto anche in termini quantitativi e che cerca di arginare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose,forti soprattutto nell’ambito delle cave (produzione materiali inerti e fornitura calcestruzzo). Il contesto attuale, caratterizzato da una forte crisi economica, risulta però molto permeabile a infiltrazioni mafiose di vario tipo: infatti si sono introdotti nel nostro ordinamento giuridico nuovi istituti contrattuali che si giustappongono alle norme di contrasto della corruzione e della mafia concepite per lo più per gli istituti contrattuali tradizionali e che favoriscono quei soggetti che dispongono di forti liquidità a costo zero e che hanno l’esigenza di riciclare capitali di provenienza illecita.
Caso Punta Est: Moro e Bugatti ufficialmente indagati
Oggi hanno appreso di essere sul registro degli indagati circa il caso Punta Est il dirigente comunale all’Urbanistica Angelo Moro e il direttore del dipartimento di Ingegneria edile e del territorio Angelo Bugatti. L’ipotesi di reato è di abuso d’ufficio per Moro e di falso in atto pubblico per Bugatti. Cogliamo l’occasione per ripubblicare un articolo del giornalista e blogger Giovanni Giovannetti che ricostruisce analiticamente le tappe del caso Punta Est:
Giovanni Giovannetti
Ora il sindaco Cattaneo “scopre” che all’assessorato all’Urbanistica qualcosa non quadra. L’imberbe vuole ravvederci chiaro, ciò vuol dire che fino a ieri ne era (stato tenuto) all’oscuro. Sindaco, makekazzo stai a ddì.
“Punta Est” è solo la parte visibile della metastasi politico-affaristica volta a privilegiare questo o quel referente (economico?) di questo o quel sedicente capobastone incistato al Mezzabarba, l’apparente “stanza dei bottoni”. Il tumore irreversibile lorsignori lo vorrebbero derubricare a raffreddore, curabile con la corroborante tisana dell’“indagine interna”.
Continuano a fare finta di essere sani. Come se il male fosse “Puta Est” invece del Sistema. In tempi di progressivo decremento demografico, nonostante tremila appartamenti sfitti e mille invenduti, nonostante l’elevato numero di aree industriali dismesse, nonostante l’enorme fabbisogno di case e di posti letto dal costo contenuto per famiglie e studenti universitari, a Pavia la pianificazione urbanistica insiste nel privilegiare l’irresponsabile consumo di terreno vergine destinandolo a residenze di lusso. Particolarmente appetibili paiono le aree verdi a margine del Parco della Vernavola come appunto quella di “Punta Est” in via Vallone.
Si costruisce e si consuma inutilmente suolo poiché il mattone rappresenta ancora una valida garanzia per banche e sistema creditizio. Ma nel mattone investono anche le mafie, così che diventa più semplice riciclare i proventi in nero dal narcotraffico e altro denaro sporco.
Già che se ne continua a parlare riteniamo allora utile tratteggiare questa breve cronologia su “Punta Est”, luogo in cui ai fatti si sovrappongono i tanti misfatti.
Anni Settanta Gli anni del Piano di sviluppo universitario di Giancarlo De Carlo. Fu una grande occasione mancata; prevedeva fra l’altro cinque poli universitari periferici con mense, biblioteche, sale riunione ecc. a disposizione anche di cittadini e lavoratori.
19 ottobre 2007 La Società Cooperativa Atena (costituita il 2 ottobre 2007, solo due settimane prima) formalizza la sua richiesta al Comune; una proposta peraltro in linea con il Piano regolatore generale (Prg). La pratica acclude una relazione tecnica in cui Atena precisa che «l’intervento prevede la realizzazione di un unico complesso edilizio a corte chiusa, nel rispetto dell’ambiente in cui la struttura va a inserirsi»; che le residenze saranno destinate «agli studenti, ai docenti e agli operatori universitari», insieme a servizi mensa, biblioteca, archivi ed uffici, palestra e una sala per le riunioni. Per la gestione la società ipotizza una convenzione con l’Isu (ora Edisu) – l’ente per il diritto allo studio. Per la precisione leggiamo che «Dal punto di vista gestionale verrà successivamente stipulato un accordo convenzionale con l’I.S.U. Di Pavia, con il quale sono già intercorsi contatti preliminari». E con questa garanzia il permesso viene infine rilasciato il 15 giugno 2010.
5 luglio 2010 Gli stessi terreni sono venduti alla Punta Est (società con capitale sociale di soli 20.000 euro) al prezzo di 2.026.586 euro. Alla richiesta di voltura dal vecchio al nuovo proprietario è allegata una inedita relazione tecnica che descrive il nuovo intervento: non più residenze per studenti ma 78 appartamenti di varie metrature, da rivendere «sul libero mercato in assenza di limitazioni alla vendita o godimento delle unità immobiliari».
8 marzo 2011 Chiamato ad esprimere un parere, il comunale “Sportello unico per l’Edilizia” conferma che, stando così le cose, quelle unità immobiliari sarebbero «liberamente alienabili e concedibili in godimento a qualsivoglia titolo in favore di qualsiasi soggetto, persona o ente, pubblico o privato in assenza di vincolo alcuno» e in palese contrasto con le destinazioni d’uso ammesse in zona dal Prg, già che la trasformazione «liberalizzerebbe le unità rendendole di fatto residenziali a tutti gli effetti». È a firma di Elisa Brendolise
31 marzo 2011 A nome del Dipartimento di Ingegneria edile e del Territorio, Angelo Bugatti sottoscrive con “Punta Est” una «convenzione» con la quale «la società si impegna a mettere a disposizione del Dipartimento una unità immobiliare nel complesso, ad uso del laboratorio di ricerca» oltre a 64.000 euro: 10.000 una tantum al Dipartimento e il rimanente «a titolo di finanziamento di tre assegni di ricerca o borse di studio dell’importo ciascuna pari a euro 18.000 sulla innovazione tecnologica e sulla relazione tra artificio e natura nell’ambito ambientale». Insomma, aria fritta. Quanto alla «convenzione», in realtà è un contratto tra privati per la fornitura di servizi spacciato per «convenzione con l’Università» che un dipartimento non può sottoscrivere, già che le convenzioni sono a firma del Rettore, subordinate al parere favorevole del Consiglio di amministrazione. La millantata convenzione con l’Edisu è dunque accantonata e ne viene sottoscritta un’altra con Angelo Bugatti, ovvero con l’estensore del Piano di Governo del Territorio in preparazione.
6 e 8 aprile 2011 L’avvocato Giuseppe Franco Ferrari ricorda al Comune la «destinazione comunque non abitativa» e invita la pubblica amministrazione a valutare l’opportunità di specificare ulteriormente l’impegno del privato «a non modificare le destinazioni d’uso».
18 aprile 2011 All’avvocato Ferrari e allo “Sportello” comunale risponde la proprietà. Nell’Atto unilaterale d’obbligo, sottoscritto dalla società “Punta Est” presso il notaio Galotti, si parla di unità immobiliari «alienabili e concedibili in godimento a qualsivoglia titolo in favore di qualsiasi soggetto, persona o ente, pubblico o privato», ovvero vendibili a chiunque sul libero mercato, in attesa della «eventuale variazione della disciplina di zona del piano urbanistico»: detto altrimenti, in attesa di sanare tutto quanto entro il nuovo Pgt di Bugatti &c.
19 maggio 2011 Poche ore dopo la seconda “diffida” da parte dello “Sportello”, lo stesso giorno il dirigente all’Urbanistica Angelo Moro, vista la «convenzione tra il richiedente e il Dipartimento di Ingegneria Edile del Territorio» e i relativi «impegni assunti con l’Università»; visti i contenuti del nuovo «atto unilaterale d’obbligo», nonostante il parere negativo dello “Sportello” e dell’avvocato Ferrari, rilascia il permesso a costruire.
7 luglio 2011 Nel corso del consiglio comunale, Istant question su Punta Est da alcuni consiglieri di minoranza. Dunque, da luglio in poi, il sindaco non può fingere di non sapere.
19 luglio 2011 Nel corso della Commissione Territorio, i commissari di minoranza sollevano il problema. La discussione su Punta Est prosegue nella seduta dell’11 ottobre 2011.
5 dicembre 2011 I consiglieri comunali Antonio Sacchi (Lista Albergati) e Fabio Castagna (Pd) formalizzano la richiesta di chiarimenti, chiedendo l’accesso alla documentazione.
10 dicembre 2011 Insieme per Pavia inoltra alla locale Procura la documentazione su “Punta Est”.
20 dicembre 2011 Poco dopo la sua convocazione in Procura, il dirigente Angelo Moro sospende «in autotutela» il permesso a costruire, segnalando che la cosiddetta “convenzione” «con l’Università di Pavia non sembra sufficiente ad integrare la destinazione urbanistica di “Aree per servizi”- Università». A quanto sembra, l’acuto dirigente – 96 mila euro di stipendio annuale in pubblico denaro – se ne avvede solo ora.
23 dicembre 2011 La Polizia Giudiziaria è in assessorato. Se ne va portando con sé la documentazione su “Punta Est”.
8 marzo 2012 Cedendo nuovamente alle pressioni “politiche”, Moro ritira la sua “sospensione in autotutela”. Secondo il dirigente, le case possono dunque essere vendute sul libero mercato. Contrario il funzionario Fabio Panighi, «per motivi giuridici e morali».
23 marzo 2012 Reparti dei Carabinieri pongono sotto sequestro il cantiere in via Vallone. Indagati per violazione delle norme edilizie e della legge “Galasso” la proprietaria Eleonora Maestri e il direttore dei lavori Marco Bianchi, suo marito; curiosamente tra gli indagati figura anche Ciro Manna, titolare dell’impresa che ha in appalto i lavori. Carabinieri mattinieri anche negli uffici di Angelo Bugatti al dipartimento di Ingegneria edile al Cravino, negli uffici de La Cortazza in viale Cremona (di Maestri) e presso l’abitazione del dirigente comunale all’Urbanistica Angelo Moro a cui è stato sequestrato il computer, così come sotto sequestro sono i computer del funzionario comunale Fabio Panighi e del professor Bugatti. Si cercano tracce sui mandanti politici delle tante discutibili iniziative di Moro.
Politica e Amministrazione: i due livelli non coincidono nel caso Punta Est
In una serata calda e dai toni “stranamente” pacati si è svolto in consiglio comunale il dibattito sul nuovo caso che riguarda il già flagellato territorio pavese e anticipato dai quotidiani locali: l’attenzione dei cittadini della nostra provincia, il cui respiro è stato già contaminato dalle fantastiche-meravigliose esalazioni di amianto fino a terminare con i voluttuosi fumi dell’inceneritore di Corteolona (tanto da far avere a qualcuno forti allucinazioni sulle surreali curve di un’ipotetica Broni-Mortara) è stata catapultata in città, zona-quartiere Punta Est.
Non riassumo la vicenda,già ampiamente approfondita nell’articolo precedente di Cesare sul nostro blog,ma ne pongo un’altra, più ampia, che è emersa dalla discussione: il rapporto tra politica e amministrazione.
La “pacata” opposizione (nelle persone di Sacchi, Castagna, Ferloni e Vigna) chiede che la Politica (quella della Giunta) riprenda il suo ruolo di attore principale non sfuggendo alle responsabilità che nascono dal mancato controllo delle autorizzazioni procedurali in merito a una variazione di destinazione d’uso non prevista dal vecchio piano regolatore, corredata di pareri negativi tecnici e legali e “forse sanabile” a posteriori con il PGT ; che della cosa se ne parli in commissione garanzia; che si inizi a pensare a un tipo di edilizia contrattata che favorisca il progresso della città e non la mera soddisfazione di un profitto privato; che l’assessore si dimetta.
Di contro l’altrettanto “pacata”maggioranza (Mognaschi, Adenti, Bobbio Pallavicini P., Fracassi e Cattaneo), dopo aver ringraziato per i toni moderati del confronto, risponde con fermezza che la questione non può essere affrontata in sede di consiglio comunale,al massimo in sede di commissione di garanzia, in quanto è una vicenda ancora in fieri, che è compito della magistratura indagare sulla correttezza e legalità dell’operato tecnico-amministrativo, campo che risulta indipendente da quello politico.
Quest’ultimo punto è stato ribadito con fermezza sia dall’assessore Fracassi che dal sindaco Cattaneo: entrambi si prenderanno la responsabilità politica del caso, ma oltre non possono andare, in quanto non è compito della politica “invadere”un campo come quello tecnico, demandato con fiducia al dirigente di turno, perché la legge non permette di ordinare a un dirigente di fare questo o quello, e che l’unico difetto che può essere rimproverato a questa amministrazione comunale è quello di aver “delegato troppo”, in virtù di quel principio di trasparenza che risulta (a loro dire ovviamente) l’elemento cardine che caratterizza l’operato dell’amministrazione stessa.
Ed è sempre con tono pacato che il Sindaco stigmatizza l’operare di alcuni consiglieri comunali di cui non gli piace “la politica della carte portate in procura”, rivolgendo il suo (non pacato) sguardo verso quel consigliere comunale (che potrebbe essere suo padre) che essendo un “cittadino in comune”, venuto “dal basso” ha forse ancora l’idea (utopica?) che la politica non sia nient’altro che quello che dicevano gli antichi antenati greci: politichè techne ovvero l’arte di amministrare la città.
Giorgia Lomartire-Movimento 5 stelle Pavia
Il caso Punta Est
Fa molto discutere da mesi il caso di Punta Est, zona di Pavia dove sta sorgendo un complesso residenziale. Il PRG destina l’area a servizi universitari. Cosa c’è di servizio universitario in alloggi venduti sul mercato? E’ a partire da questi dubbi che Paolo Ferloni, per la lista civica Insieme per Pavia, ha presentato un esposto in procura. Sabato la polizia ha prelevato carte e documenti sia in Comune sia in Università, nonché presso la ditta del costruttore.
Il Comune si è sempre “difeso” giustificando l’operazione con due motivazioni: grazie ad una convenzione stipulata dall’Università, che prevede il vincolo, per i proprietari di Punta Est, di affittare le case a studenti o ricercatori universitari (se non lo sono loro stessi). Basta questo per definire la zona “a servizio universitario”, come vuole il piano regolatore vigente? Ai lettori il giudizio. La seconda motivazione riguarda futuri studi universitari sull’area. Avete capito bene: l’Assessore all’urbanistica Fracassi sostiene che dato che l’area sarà studiata dall’Università è rispettata la destinazione d’uso a servizio universitario.
Chi studierà l’area? Quale disciplina? Chi eseguirà i monitoraggi? Le parole dell’Assessore hanno un che di surreale, ma probabilmente siamo noi che non capiamo e lo studio di Punta Est consentirà avanzamenti nella conoscenza e nella scienza di cui beneficerà l’intera umanità. Intanto proseguono le indagini aperte dalla Procura di Pavia. Stay Tuned (di seguito riportiamo articolo della Provincia Pavese sulla vicenda. C.D.F.).
Ad avvisare il dirigente dell’Urbanistica che l’operazione Punta Est era a rischio non vi furono solo i due pareri dei suoi funzionari. Anche il legale interpellato sulla questione espresse profonde perplessità. Lo si ricava, prima di tutto, dalle dichiarazioni rese, come persona informata sui fatti, dall’ex direttore generale del Comune, Maria Laura Bianchi. Nei suoi verbali, l’ex dirigente del Mezzabarba spiega che, dopo avere sottoposto alcuni quesiti al professor Giuseppe Franco Ferrari, l’avvocato concluse per la sostanziale illegittimità dell’atto e consigliò il ritiro in autotutela del permesso. Tale parere non compare tra quelli che sono stati forniti ai componenti della commissione territorio. Ve n’è, invece, un altro, che porta la data del 6 aprile 2011, e nel quale il consulente richiama più volte al rispetto delle destinazioni d’uso previste dal piano regolatore. Decisamente più espliciti i pareri espressi dallo Sportello unico per l’edilizia: qui si parla di «non conformità del progetto alla normativa urbanistico edilizia vigente». Insomma, i “sintomi” di un’operazione che avrebbe potuto prestarsi a contestazioni c’erano tutti. Sarà anche sulla base di questi atti che l’opposizione chiederà chiarimenti nel Consiglio comunale di domani sera. E il sindaco, Alessandro Cattaneo, ieri ha fatto sapere: «L’assessore all’Urbanistica, Fabrizio Fracassi, in apertura di seduta farà una nota sugli avvenimenti delle ultime ore, anche se ciò non sarebbe tecnicamente possibile. Inoltre l’assessore risponderà nell’ambito delle instant question». Il sequestro del cantiere di Punta Est, le perquisizioni in Comune, nella sede dell’immobiliare e al Dipartimento di ingeneria edile e del territorio hanno sollevato una accesa discussione e alcune perplessità. Tra i punti da chiarire (e i magistrati se ne stanno occupando) vi è la natura dell’accordo tra Università e società Punta Est, sulla cui base venne rilasciato il permesso di costruire. Il documento, presentato come “convenzione”, tale non sarebbe, in quanto non discusso o approvato dal Consiglio di amministrazione dell’Università. Sul punto, il rettore, Angiolino Stella, dichiara: «L’Università in quanto tale, nè come rettore nè come organi direttivi, non ha stipulato alcun accordo. Spetterà alla commissione di garanzia decidere di che natura sia questo documento e se sia stato rispettato il nostro regolamento». Al di là della veste giuridica dell’atto, non sono chiare nemmeno le attività di ricerca che si sarebbero dovute svolgere a Punta Est. Lo spiega il consigliere comunale del Pd, Matteo Pezza: «Inizialmente il dirigente disse che la ricerca avrebbe riguardato le tecnologie all’avanguardia nella costruzione delle palazzine. Ma in tal caso, la ricerca si sarebbe conclusa con la fine lavori. Poi si disse che la ricerca avrebbe dovuto riguardare la qualità della vita degli abitanti insediati in queste palazzine. In un documen to si fa riferimento anche a un locale da destinare a laboratorio. Ma l’oggetto della ricerca non è ancora chiaro».
articolo di Fabrizio Merli, da La Provincia Pavese, 25 Marzo 2012.
Bozzano, l’Assessore inconsapevole
Pubblichiamo l’appello del Coordinamento pendolari pavese circa la correttezza e la trasparenza degli atti dell’Assessore provinciale ai trasporti Bozzano: in ballo c’è una raccolta firme farlocca presentata da Bozzano stesso in Regione. L’Assessore ha replicato dicendo che non si era accorto che i moduli firme da lui consegnati, e presentati in conferenza stampa, recavano senza averne il permesso né l’autorizzazione il logo del Coordinamento pendolari. L’assessore era inconsapevole, ennesimo caso di politico italiano colto dall’incosapevolezza… Leggete quanto scrivono i pendolari… (qui trovate anche il comunicato stampa ufficiale) [C.D.F.]
Amici pendolari,
da un controllo effettuato dalla Regione Lombardia, Direzione Infrastrutture e Trasporti, è emerso un fatto gravissimoche ci corre l’obbligo denunciare a voi tutti!
Come sapete, al tavolo regionale sulla Mortara-Milano, tenutosi il 5 marzo scorso,abbiamo presentato le 507 firmeraccolte presso l’utenza della Mortara-Milano a supporto della nostra istanza del 13 gennaio scorso e per discutere le numerose criticità della linea. Poco dopo l’avvio della nostra raccolta firme, in collaborazione col Comitato Freccia delle Risaie, veniamo a sapere dai mezzi stampa che taluni sedicenti pendolari vigevanesi hanno avviato una loro raccolta firme per richiedere specificamente un’unica istanza: il RIPRISTINO sic et simpliciter del treno 10324 alle ore 7.08 da Vigevano, anzichè alle ore 7.22 (come da orario attuale). E fin qui, tutto normale.
Peccato che questa raccolta firme sia stata svolta, cosa che ci ha confermato ieri la Direzione Infrastrutture e Trasporti di RL, su moduli riportanti l’intestazione del Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi, senza che vi fosse alcuna nostra autorizzazione in merito. Questi sedicenti pendolari si sono poi fatti un vanto, sui mezzi stampa locali, di aver raccolto 600 firme in soli 10 giorni, guardandosi bene però dal dichiarare che questa raccolta firme era stata svolta su moduli riportanti a chiare lettere il nome “Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi” e strumentalizzando la popolarità della nostra rete attiva di pendolari e comitati pendolari sull’intero territorio provinciale pavese.
Il fatto si è poi aggravato poichè a questa farsa ha partecipato attivamente anche l’Assessore ai trasporti della Provincia di Pavia, Sig. Bozzano e il consigliere comunale di Vigevano, Sig. Motta, i quali insieme ad una “delegazione” di questi sedicenti autori di una raccolta illecita (poichè svoltasi utilizzando il nostro nome senza autorizzazione alcuna) hanno organizzato unaconferenza stampa a Vigevano in data 4 febbraio 2012 in cui tale Sig. Loria ha consegnato le firme a mani dell’Assessore Bozzano, il quale si è successivamente recato personalmente in Regione per la consegna (assieme al consigliere Motta) avvenuta in data 29/02, alcuni gg prima del tavolo istituzionale del 5 marzo. L’assessore nel fare ciò ha però omesso gravemente sia di informarci che i moduli riportavano TUTTI l’intestazione “Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi”, sia di confrontarsi con noi per supportare anche la nostra raccolta firme ufficiale che peraltro trattava temi (inclusivi del 10324) ben più corposi di una singola istanza.
Reputiamo quanto accaduto gravemente riprovevole e come da comunicato stampa che potete scaricare in calce a questo post,chiediamo le dimissioni dell’Assessore ai Trasporti della Provincia di Pavia per aver, con il suo grave atteggiamento omissivo, tradito il suo ruolo istituzionale di Assessore di tutti i cittadini e non solo di alcuni.
Ricordiamo infatti che l’Assessore Bozzano ben conosce il nostro Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi che opera con serietà, competenza e costanza a tutela dei diritti dei pendolari dell’intero territorio pavese, che è soggetto attivo all’Osservatorio Provinciale alla Mobilità e che è riconosciuto sia a livello locale, che regionale.
Abbiamo anche chiesto ai soggetti coinvolti in questa amara vicenda di scusarsi pubblicamente con l’utenza pendolare per aver carpito la loro buona fede utilizzando il nome del Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi senza alcuna autorizzazione in merito, anzi ingenerando solo confusione con una doppia raccolta firme che si è sovrapposta a quella da noi effettuata.
Come possiamo avere ancora fiducia di un Assessore che si comporta così?
Lettera aperta al Presidente della Provincia di Pavia Bosone per una mobilitazione contro l’autostrada e a difesa del territorio, dell’agricoltura e della salute.
Sulla Provincia Pavese di oggi è pubblicata la lettera del Coordinamento No all’autostrada Broni-Mortara e della Rete ambientalista pavese. La pubblichiamo sul blog: il progetto dell’autostrada è al fotofinish: chi si oppone deve informare i cittadini e chiedere che le Istituzioni adottino scelte responsabili (C.D.F.)
Lunedì 27 Febbraio la Provincia di Pavia ha incontrato il Coordinamento di Comitati e Associazioni contro l’autostrada Broni-Mortara e la Rete dei Comitati e delle Associazioni per Salute, Ambiente e Sviluppo Sostenibile della Provincia di Pavia. All’evento hanno partecipato anche numerosi imprenditori agricoli, il settore economico maggiormente minacciato da un progetto che prevede una colata di cemento su oltre sei milioni di mq. di pregiato terreno agricolo.
Secondo i proponenti, sull’autostrada viaggerà una media di 45.000 veicoli al giorno, di cui circa il 30% saranno camion, con il conseguente impatto ambientale in termini di emissioni di polveri sottili e diossine. Gran parte dei veicoli arriveranno dal traffico della zona Sud della Provincia di Milano. Il costo complessivo dell’opera supera il miliardo di euro e sarà ripagato dai pedaggi, 35 km. sulla Broni Mortara costeranno 4 euro a fronte ad esempio di 2,2 sull’A7, per un ricavo complessivo previsto di 2.657 milioni di euro……
I costi economici e l’impatto ambientale dell’autostrada sono imponenti, a fronte di benefici quasi nulli, le esigenze della mobilità in provincia di Pavia vanno da sud a nord e non da est a ovest come l’autostrada Broni-Mortara (in realtà Redavalle-Castello d’Agogna) e vanno quindi risolti diversamente. Per questo motivo siamo assolutamente contrari al progetto, e con questa lettera aperta invitiamo il Presidente Bosone la Giunta e il Consiglio Provinciale ad affiancare, alle osservazioni tecniche in corso di elaborazione, una presa di posizione politica forte che ribadisca il parere negativo espresso lunedì nell’incontro con i Comitati e le Associazioni evidenziando le criticità ai Comuni e alla Regione.
Invitiamo inoltre la Provincia a farsi promotrice di un’opera pervasiva e partecipata di informazione e sensibilizzazione nei confronti sia degli Enti locali sia – è cruciale – della cittadinanza.
I cittadini della Provincia hanno il diritto di conoscere gli effetti ambientali, gli impatti sull’agricoltura e i rischi per la salute di quest’opera faraonica di cui sfugge il senso e l’utilità.
E’ inoltre opportuno che la Provincia prenda contatto con le altre Province lombarde interessate da progetti autostradali simili per denunciare queste politiche infrastrutturali che incidono pesantemente sul debito pubblico, sull’ambiente e sulla salute ignorando al contempo le ragioni della mobilità sostenibile (adeguamento della viabilità esistente, trasporto merci su ferro, mobilità personale tramite trasporti pubblici e soluzioni innovative).
Abbiamo bisogno di una grande mobilitazione dal basso e chiediamo che la Provincia continui ad essere disponibile per difendere il territorio, l’ambiente e la salute.
Nicola Ghisilieri
Portavoce Coordinamento di Comitati e Associazioni
contro l’autostrada Broni-Pavia-Mortara
Alda La Rosa e Cesare Del Frate
Referenti Rete dei Comitati e delle Associazioni
per l’Ambiente, lo Sviluppo Sostenibile e la Salute
Un solo territorio visto da due occhiali differenti
Riportiamo volentieri questo articolo pubblicato oggi dalla Provincia Pavese e a firma di Giorgio Boatti. Fa riflettere sull’uso sconsiderato del territorio provinciale e ben si innesta nella discussione sulla necessità o meglio sull’inutilità di una nuova autostrada che attraverserebbe la nostra provincia.
Dalla Provincia Pavese di domenica 11 Marzo 2012
Il territorio della provincia di Pavia è uno solo, ma a volte si ha l’impressione che a seconda di chi lo guarda, e degli occhiali che si usano, cambi aspetto, proponendosi in due versioni divergenti. Eppure questa provincia non rappresenta una realtà particolarmente complessa. E’ una media provincia italiana, di antiche tradizioni e con caposaldi di eccellenza nella produzione agricola, in alcuni residui spicchi industriali, in presidi di ricerca e cura e formazione universitaria. Il suo territorio si riassume in un dato essenziale: quasi 3.000 kmq di superficie, 548 mila abitanti e dunque una densità di 184 abitanti a kmq. Forse è proprio qui, nella densità – che ci pone in coda (con Mantova e Sondrio) al fitto insediarsi abitativo e alla conseguente cementificazione che contraddistingue la Lombardia – l’origine degli occhiali diversi che si inforcano nell’osservare il territorio pavese. Per qualcuno tutto questo spazio “residuo” è una manna del cielo. Un’occasione imperdibile di affari e profitti che va colta al più presto. Chi primo arriva – come dice il proverbio – meglio alloggia. Dunque qualunque cosa ci si possa piazzare – dalle discariche alle logistiche, dai centri commerciali ai parchi acquatici, dalle autostrade ai piani di governo del territorio che costruiscono insensatamente prevedendo di moltiplicare per due o per tre gli abitanti in dieci anni – tutto va bene. Purché si faccia in fretta. Paracadutate dove capita e giustificate in qualsiasi modo, tutte queste proposte scrutano il territorio della provincia con sguardo da rapina, calcolano rapidamente il profitto che può derivare dal posarci uova di cemento, discariche di amianto, colate di asfalto e subito si danno un gran daffare per convincere quelli che stanno laggiù in basso, coi piedi posati nella realtà quotidiana della provincia, che tutte queste opere “non si possono non fare”. Quanto siano congrue con le vocazioni economiche e sociali di una località, come si inseriscano nella vita delle comunità, in che misura confliggano con progetti di valorizzazione che si giocano sulla lunga durata e sulla qualità da conseguire con meditata fatica: tutto questo sembra non avere voce in capitolo. A lungo, negli ultimi anni, è andata così. Traccia di queste ricognizioni dall’alto sono rimaste – quando non misteriosamente sparite dagli archivi perché forse troppo imbarazzanti – sulle mappe urbanistiche di tanti comuni della provincia. Poi qualcosa è cambiato. La partecipazione delle persone alle scelte collettive e la maggiore consapevolezza delle comunità sul loro futuro ha fatto qualche passo avanti. I custodi della Legge hanno finalmente cominciato a tener d’occhio i troppi bracconieri di territorio: qualcuno è stato preso con le mani nel sacco, altri – intuendo di essere sotto osservazione – non sanno bene cosa fare. Se mollare il carniere o rischiare per fare l’ultimo bottino, così da garantirsi, se va bene, una vecchiaia serena. Per il territorio della provincia di Pavia questo è un momento cruciale: soprattutto se avanza la consapevolezza che, rifiutando le razzie speculative che divorano aree, bisogna puntare alle vocazioni più preziose di queste terre, anche in vista dell’occasione dell’Expo. Capitale del riso, con Vercelli e Novara, Pavia e la sua provincia può giocare un ruolo significativo se la rassegna del 2015 sul nutrimento rifiuterà il ridicolo del voler ricostruire negli hangar di cemento della fiera di Rho gli habitat delle coltivazioni pregiate distanti poche decine di chilometri. Le produzioni agro-alimentari di qualità, il sistema irriguo lomellino con la bella proposta del Museo delle Acque, l’ambiente naturale del fiume e delle colline, i castelli e le cascine abbinate al sapere dell’antico polo universitario pavese, sono la strada da percorrere con serrato gioco di squadra. Mettendo fine alle razzie che hanno ferito, più di quanto sia tollerabile, questo territorio.
ZERO PRIVILEGI IN DIRITTURA D’ARRIVO: UN SUCCESSO DEI CITTADINI ATTIVI
| PDL 122 (ZeroPrivilegi) | PDL 107 (PD) | PDL 112 (Lega) | PDL 116 (PDL) | |
| Legge 17 del 1995 | ||||
| Indennità di funzione | Riduzione del 50% | Riduzione del 10% | Riduzione del 10% | Riduzione del 10% |
| Diaria | Ridotta del 50% e non corrisposta se assenteisti | Nessuna modifica | Nessuna modifica | Nessuna modifica |
| Rimborso spese dei consiglieri | Rimborso spese non più forfettario. Solo con ricevute comprovanti le spese. | Nessuna modifica | Nessuna modifica | Con decorrenza 1 gennaio 2012 il rimborso spese di cui al comma 3 dell’art. 6 della l.r. n. 17 del 23 luglio 1996, corrisposto ai consiglieri regionali per le attività connesse al proprio mandato espletate nel territorio nazionale o presso le istituzioni dell’Unione Europea (11 viaggi Milano –Roma) è abrogato. |
| Legge 12 del 1996 | ||||
| Vitalizio | Abrogazione | Abrogazione | Nessuna modifica | Abrogazione |
| Indennità di fine mandato | Abrogazione | Ridotto a una mensilità per ogni anno di mandato | Nessuna modifica | Ridotto a una mensilità per ogni anno di mandato |
| PDL approvato il 5-12-2011 | |
| Legge 17 del 1995 | |
| Indennità di funzione | Riduzione del 10% |
| Diaria | Riduzione del 10% |
| Rimborso spese dei consiglieri | Con decorrenza 1 gennaio 2012 il rimborso spese di cui al comma 3 dell’art. 6 della l.r. n. 17 del 23 luglio 1996, corrisposto ai consiglieri regionali per le attività connesse al proprio mandato espletate nel territorio nazionale o presso le istituzioni dell’Unione Europea (11 viaggi Milano –Roma) è abrogato. |
| Legge 12 del 1996 | |
| Vitalizio | Abrogazione |
| Indennità di fine mandato | Abrogazione |















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