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Trasparenza: la busta paga di Iolanda Nanni

16 maggio 2013 redazione 4 commenti

Il M5S dice quello che fa e, soprattutto, fa quel che dice. Abbiamo promesso l’autoriduzione delle indennità dei Consiglieri regionali.

In attesa (vana?) che i partiti facciano lo stesso, autoriducendo le indennità e benefits dei Consiglieri regionali, ecco allora l’autoriduzione dell’indennità di Iolanda Nanni, Consigliera eletta nella circoscrizione pavese.

Pubblichiamo la busta paga e le note spese di Marzo e Aprile.

INCASSATO EURO 16.384 = RESTITUITO EURO 10.909,89

Indennità della Consigliera Iolanda Nanni

Nota Spese Aprile 2013

Nota Spese Marzo 2013

Borgarello: centro commerciale, affari, elezioni comunali

15 maggio 2013 redazione Nessun commento

di Giovanni Giovannetti

Centro Commerciale di Borgarello

L’ex sindaco comunista di Borgarello Donato Rovelli (avvincente primo sponsor politico del mega-centro commerciale alle porte del paese, ora candidato nel centrodestra) figura quale acquirente di uno dei terreni agricoli presso Certosa sopra cui dovrebbe passare la variante alla strada provinciale 35, asfalto “di servizio” per il Centro commerciale.
Una storia a tratti odiosa. Nell’aprile 2012, Rovelli e il promotore finanziario Emanuele Forte di Certosa sottoscrivono il preliminare di compravendita a prezzo di favore per un terreno che la GE srl di Forte gestisce per procura in nome di un inconsapevole imprenditore agricolo affetto da retinite pigmentosa, una malattia ereditaria degenerativa. L’ex sindaco sa che – una volta approvata la variante alla ex statale dei Giovi per il Centro commerciale – il valore di quel terreno è destinato a lievitare (come potesse il Rovelli manifestarsi tanto sicuro dell’approvazione provinciale rimane tuttavia un mistero).
Così la racconta Maria Fiore sul quotidiano locale il 9 maggio: «A causa del peggioramento delle condizioni di salute dell’agricoltore, la sorella dell’uomo viene a conoscenza della vendita dei terreni e dell’esistenza della procura, che sarebbe stata usata anche per portare avanti una serie di operazioni finanziarie di cui l’agricoltore non era a conoscenza. A questo punto l’agricoltore decide di revocare la procura a Forte. Ma una settimana più tardi, attraverso quella stessa procura, davanti ad un notaio il promotore finanziario sottoscrive un contratto preliminare di compravendita a favore di Donato Rovelli […]. Inoltre, l’accordo prevede che il prezzo sarebbe stato pagato solo al momento del rogito, da fare nei 5 anni successivi», senza alcuna caparra e sulla buona fede, garantendosi l’acquisto futuro senza esborsi preliminari, aspettando il Centro commerciale.
Ora siamo in campagna elettorale. A Borgarello si fronteggiano il sindaco uscente Nicola Lamberti di “Progetto civico” – risolutamente contrario all’ipermercato – e Donato Rovelli, candidato di Pdl e Lega Nord che invece lo vuole (e si principia a intuirne il motivo…).
A prestare orecchio alle malelingue, tra gli sponsor occulti di Donato Rovelli e Centro commerciale, figurerebbero il Presidente della Provincia Daniele Bosone (PD) e l’assessore provinciale a mobilità infrastrutture e lavori Pubblici Maurizio Visponetti, stesso partito. Non sembri strano: a riprova citeremo l’indebita e semiclandestina “Osservazione” provinciale al Pgt pavese, a firma di Bosone: l’allacciamento alla tangenziale della variante stradale alla provinciale 35 (ovvero tra il Centro commerciale e la tangenziale pavese) avrebbe in questo modo fatto fare un significativo passo avanti all’invasivo progetto che, a parole, il Presidente della provincia sostiene di avversare. Una “Osservazione” peraltro illecita più volte, che nemmeno è passata dal Consiglio provinciale, come invece s’imponeva. Una “Osservazione” che ignora il Piano territoriale di coordinamento della Provincia (nemmeno citato, Piano che, da quelle parti, semmai prevede «il consolidamento delle attività agricole e dei caratteri connotativi»). Una “Osservazione” che risulta in palese contrasto col Piano territoriale regionale d’area Navigli lombardi (Ptra), Piano che estende e rafforza i vincoli ambientali della zona.
Tuttavia senza l’approvazione della variante non è ammessa alcuna Conferenza dei servizi. Insomma, eludendo, forzando o giocando con le norme si è palesato questo bel ginepraio.
E qui, tra destra e sinistra, non ci si raccapezza più: a Borgarello la Lega Nord, a parole contraria al Centro commerciale, nei fatti è in cordata con chi lo vuole; così come a sinistra (sì, beh, sinistra…) sembrano della partita il presidente Bosone e l’assessore Visponetti. All’opposto, nell’udienza del 2 maggio scorso presso il TAR della Lombardia, gli avvocati dei Comuni di Pavia e di San Genesio (centrodestra) hanno chiesto con forza l’annullamento dell’autorizzazione commerciale.
Saranno voci, ma lo strabismo bosoniano pare lo si possa misurare dispiegando il metro dei bottegai, quale conseguenza del presunto mancato sostegno elettorale da parte di Lamberti e del locale circolo Pd alle recenti elezioni regionali, perse da Bosone e vinte da Giuseppe Villani. Insomma, a Borgarello, un clan Pd ora intenderebbe presentare il conto al candidato sostenuto dallo stesso partito, operando sottobanco in favore di Rovelli e di un Centro commerciale dannosissimo per economia e ambiente, un ecomostro che nessuno vuole a parte lorsignori, i loro amici e gli amici degli amici. Roba da asilo Mariuccia.

Il coraggio di Rodotà e la vergogna dell’inciucio PDL/PDmenoelle

23 aprile 2013 redazione Nessun commento

di Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

I partiti hanno perso la testa: mentre Napolitano parlava della loro irresponsabilità, quelli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, mentre il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo. Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo Paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna delle questioni che possono restituire alla politica e al Parlamento una qualità di interlocutore della società.

I soliti noti

11 aprile 2013 redazione 2 commenti

di Loretta Napoleoni (tramite Byoblu )

Loretta Napoleoni

Che ne è stato dei protagonisti degli ultimi trent’anni? Alcuni sono impegnati, con scarsissimo successo, a risolvere la crisi del debito sovrano, altri sono usciti di scena dopo aver fatto sfavillanti carriere.

Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, l’uomo che sancì la separazione fra tesoro e Banca d’Italia e che portò al raddoppio del debito pubblico nel giro di soli undici anni, divenne presidente del Consiglio nel 1993 e tale rimase fino al 1994. È stato il primo presidente del Consiglio non parlamentare, con interessanti analogie rispetto al governo Monti. Dal 1994 al 1996 fu chiamato come vicepresidente alla Banca dei regolamenti internazionali, la banca di coordinamento di 56 banche centrali compresa la Bce, a Basilea. Dal 1996 al 1999 fu prima ministro del tesoro con il governo Prodi, poi, nel 1998, super ministro dell’economia, avendo accorpato i ministeri del tesoro e del Bilancio in collaborazione con Massimo D’Alema. Nel maggio 1999 fu nominato Presidente della repubblica, il secondo Governatore della Banca d’Italia dopo Luigi Einaudi a ottenere questa carica.

La cosa curiosa è che Ciampi venne chiamato da Prodi prima e da D’Alema poi a ridurre quel debito pubblico che lui stesso aveva fortemente contribuito a creare, con il divorzio tra Banca d’Italia e tesoro.

Altro protagonista di quegli anni è Romano Prodi, che gestì le grandi privatizzazioni dell’Iri, fu allievo di Beniamino Andreatta e uomo del potente De Mita, Ministro dell’industria nel governo Andreotti dal 1978 al 1979. Dal 1982 al 1989 Prodi fu presidente dell’Iri, poi consulente di Goldman Sachs, e nel 1993 venne richiamato all’Iri proprio dal presidente del consiglio Ciampi per gestirne il processo di privatizzazione insieme a Mario Draghi. Nel 1996, eletto presidente del Consiglio, continuò le svendite e proseguì l’azione di «risanamento» dei conti pubblici: fu lui a guidare il rientro nello Sme centrando i parametri di Maastricht e fu anche l’artefice della famosa eurotassa che ci consentì di entrare in Europa. Nel 1999 venne nominato presidente della Commissione europea.

In questa carrellata non possiamo dimenticare Mario Draghi che nel 1992, come abbiamo visto, era direttore generale del Tesoro, presente a questo titolo alla riunione sul Britannia dove si spartì il bottino Italia, e dal 1993 al 2001 presidente del Comitato per le privatizzazioni. Dal 2002 al 2005 fu vicepresidente del management Committee Worldwide della Goldman Sachs. Dal 2006 tornò in Italia per diventare governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Forum. Dal 2011 è governatore della Banca Centrale europea. Da ricordare che nel 1998 è stato l’artefice del testo Unico della Finanza con cui venne rimosso il divieto per le banche, previsto nella legge bancaria del 1936, di sedere nei consigli di amministrazione delle società finanziate.

Ed eccoci a Mario Monti che, chiamato dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano alla fine del 2011 a risolvere i problemi dell’Italia, propone un’ulteriore perdita di sovranità a favore dell’Europa. È la seconda volta nella storia della repubblica che un non parlamentare diventa presidente del Consiglio. Ma, in questo caso, Monti è stato nominato senatore pochi giorni prima dell’incarico. Nel suo curriculum compaiono think tank di tutto il mondo, banche d’affari come Goldman Sachs, compagnie come la Coca Cola, e il celeberrimo e potentissimo Gruppo Bilderberg.

È interessante vedere come nelle biografie di tutti questi personaggi ritorni sempre una collaborazione con Goldman Sachs. Sotto molti aspetti, gli anni che sta vivendo oggi l’Italia sono abbastanza simili al 1992. Una nuova tangentopoli sta minando alla base il rapporto fra cittadini e politica, sullo sfondo di una crisi economica epocale, molto più seria di quella degli anni Novanta perché la manovra della svalutazione ci è proibita. Nel 2012 il Pil si è contratto del 2,7 per cento per il 2012 e si prevede una lenta stagnazione con un Paese distrutto sia a livello economico che industriale, fortemente minato nella sua autostima.

Ma questa volta la famosa frase del principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», probabilmente non funzionerà. Alla base della piramide politica stanno avanzando nuove forze che usano strategie e armi atipiche, aliene alla casta italiana. Di fronte a questi fenomeni inediti gli uomini e le donne delle istituzioni tremano, la loro retorica da colonizzatori è ridotta al silenzio dalla dissacrazione e dalla denuncia.

Un esempio ce lo regala lo stesso Monti in uno dei tanti talk show italiani: «Oggi secondo me si assiste, e non è un paradosso, al grande successo dell’euro… e qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro? La Grecia, perché l’euro è stato creato sì per avere una moneta unica, ma soprattutto per convincere la Germania, che ha fatto il grande sacrificio di rinunciare al marco per avere una moneta europea, che attraverso l’euro, attraverso i vincoli che nascono dall’euro, la cultura della stabilità – il presidente Ciampi richiamava sempre la cultura della stabilità tedesca – si sarebbe diffusa un po’ per volta a tutti. Quale caso di scuola si sarebbe potuto immaginare il caso limite di una Grecia che è costretta a dare abbastanza peso alla cultura della stabilità e sta trasformando se stessa».

La Grecia, prossima alla bancarotta, come prova del grande successo dell’euro. Sarebbe ridicolo, se non fosse crudele. Con politici capaci di simili enormità non è sorprendente che non solo in Italia ma in tutta Europa la fronda dei nuovi movimenti politici si allarghi, e che l’eco delle loro rivendicazioni sia arrivata anche nel Parlamento europeo. Quell’istituzione da noi eletta che guarda caso, nella gestione di tutta questa crisi, non ha avuto alcuna voce in capitolo.

Iolanda Nanni al Consiglio Regionale: criticità e opportunità per la Provincia di Pavia

5 aprile 2013 redazione 1 commento

riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervento della consigliera Iolanda Nanni al Consiglio Regionale lombardo del 4/4/2013 (visionabile al seguente link ) :

di Iolanda Nanni

Iolanda Nanni, portavoce consigliere in Regione Lombardia

Presidente Maroni, Assessori della Giunta, Presidente Cattaneo, Consiglieri tutti,

Abbiamo ascoltato con attenzione il suo programma di governo, come pure il discorso di insediamento del Presidente Cattaneo. Come cittadina eletta al Consiglio Regionale per il M5S, le mie preoccupazioni maggiori vanno alle priorità ed urgenze presenti sul territorio pavese, che sono tuttavia immanenti in ogni area dell’intera Regione Lombardia.

La Provincia di Pavia ha tre vocazioni principali: agricoltura, turismo e ricerca scientifica. Se guardiamo a come le Istituzioni abbiano promosso o meno queste caratteristiche del territorio, possiamo osservare uno spaccato della paralisi di una politica autoreferenziale se non, troppo spesso, connivente con interessi economici dubbi.

La Provincia di Pavia è diventata la “discarica” della Lombardia, in un senso sia metaforico che letterale. Diversi progetti di discariche insistono sul nostro territorio, che vanno ad aggiungersi a quelle abusive già esistenti.

Cito ad esempio il progetto di discarica di amianto di Cava Villa, con una capienza stimata di 550.000 metri cubi, attigua a terreni dedicati a risicoltura. Altre discariche sono progettate a Ferrera e Gambolò. Noi ci opponiamo fermamente al proliferare di simili progetti che garantiscono lauti profitti senza però beneficiare il territorio: supportiamo i numerosi Comitati e Associazioni che si battono per la salute dei cittadini, per l’ambiente e per lo sviluppo sostenibile ai quali vogliamo fermamente aprire le porte della Regione.

Mentre spuntano come funghi sempre nuove discariche di cemento amianto, dobbiamo constatare l’assenza a tutt’oggi di un serio studio scientifico e quadro normativo vincolante circa i criteri di smaltimento dell’amianto stesso, nonostante Regione abbia legiferato anche recentemente sulla materia.

Soluzioni urgenti per Broni

Raccogliamo l’ S.O.S. del Sindaco di Broni, nell’Oltrepo’ pavese, dove il Sito di interesse nazionale, per la presenza della Ex Fibronit, azienda produttrice di manufatti contenenti amianto, costituisce per la Lombardia un’emergenza assoluta dal momento che sono stati colpiti da malattie asbesto correlate 3.800 ex lavoratori, i loro familiari, direttamente o indirettamente a contatto con la fonte di inquinamento e cittadini che hanno soltanto la colpa di aver respirato -  all’epoca della produzione – l’aria malsana di Broni perché – come noto – la conseguenza del grave inquinamento ambientale causato dalla dispersione di fibre, ha generato conseguenze disastrose a distanza di 35-40anni circa, come previsto dalla medicina.

Parliamo di un’area di circa 13,5 ettari situata all’interno del centro abitato e a poche centinaia di metri da un plesso scolastico. Si tratta dell’unico Sito di interesse nazionale in Lombardia, inquinato da amianto e che necessita oggi una bonifica non più procrastinabile!

Abbiamo la drammatica statistica di un morto al mese da mesotelioma pleurico (patologia causata dall’amianto) con urgente necessità di reperire circa 16 milioni di euro per la bonifica dell’area ex-Fibronit, una cifra minuscola, Presidente Maroni, per il bilancio di Regione, quello che è mancato sino ad ora è stata la volontà politica di reperire risorse per priorità assolute come il problema dell’amianto.

Chiedo a Lei, Presidente Maroni, giacchè la richiesta di intervento da parte del territorio è stata sottoscritta, oltre che dal Sindaco di Broni, anche da Lega Nord Padania, e a Lei Presidente Cattaneo, visto che è stata sottoscritta anche dal Popolo delle Libertà di intervenire insieme con la massima urgenza.

Ci impegneremo affinché la nostra Regione finanzi direttamente o anticipi gli interventi necessari per portare a termine le attività di bonifica del Sito di Broni e di smaltimento del materiale contenente amianto.

Il denaro dei contribuenti viene sperperato in opere faraoniche a beneficio dei grandi costruttori, e al contempo si negano cifre ben più modeste, come quella occorrente per la bonifica dell’ex Fibronit, per interventi essenziali e urgentissimi volti a garantire un diritto primario e inalienabile come quello alla salute.

Una Lombardia malata di mafia

A proposito di opere faraoniche, Presidente Maroni e Presidente Cattaneo, la Commissione Antimafia del Parlamento Europeo, in una serie di audizioni nell’ottobre 2012 a Milano, ha dichiarato: «Non esiste un solo grande cantiere pubblico lombardo che non abbia problemi di criminalità e che non sia stato oggetto di un provvedimento di interdizione da parte dell’Antimafia».

Tra le grandi opere che hanno visto indagini su interventi della criminalità troviamo Expo, i lavori all’Ospedale San Paolo e, nel settore trasporti e viabilità, Brebemi, Tav, Pedemontana, la nuova metropolitana 5 e la SS42 a Bergamo. Le indagini mostrano un quadro inquietante in cui, secondo i magistrati inquirenti, la ’ndrangheta opererebbe non solo nel settore dei subappalti ma anche in quello del movimento terra e delle cave, ambiti strettamente connessi alle grandi opere lombarde, e il tutto avverrebbe anche con gravi rischi ambientali e sanitari (rifiuti tossici illegalmente accumulati sotto le autostrade Bre.Be.Mi e Brescia-Padova).

Il M5S intende fermamente opporsi a tutte quelle infrastrutture che, oltre ad essere inutili, come ad esempio la Broni-Mortara, TEM, Pedemontana, la Rho-Monza, abbiano un alto impatto ambientale ed intende invece dedicarsi e chiedervi un fermo intervento sulla riqualificazione, manutenzione e il pieno efficientamento della rete stradale attuale, provvedendo contestualmente al potenziamento dell’offerta e della qualità degli standards del servizio di trasporto pubblico su ferro e su gomma per alleviare i drammatici disagi vissuti da migliaia di pendolari tutti i giorni.

No alla Broni-Pavia-Mortara

Proprio le Associazioni e i Comitati si interessano ogni giorno di una serie di criticità della Provincia di Pavia, sulle quali daremo battaglia. Ho già citato il caso Fibronit: l’altra grande problematica è connessa all’autostrada Broni-Pavia-Mortara. Quest’opera non risolve il problema della mobilità nel pavese, che interessa principalmente l’asse sud-nord e non quello est-ovest, peraltro già servito da un’autostrada che correrebbe parallela a quella progettata, e andrebbe ad aggravare pesantemente l’inquinamento dell’aria. Inoltre la Broni-Pavia-Mortara andrebbe a danneggiare il tessuto agricolo, soprattutto in Lomellina, terra di eccellenze nella risicoltura. Abbiamo bisogno di migliorare la manutenzione del tessuto viario già esistente, non certo di nuovi ecomostri. Abbiamo bisogno di promuovere l’agricoltura e di fermare il consumo di suolo: l’agricoltura non solo è come ovvio essenziale per garantire la sovranità alimentare, un bene che sta venendo eroso, ma anche per i suoi intrecci col turismo. L’Oltrepò merita di veder valorizzato il suo potenziale turistico, ricco come è di aziende vinicole e agricole di eccellenza.

La nostra Provincia necessita di un modello di sviluppo incentrato sulle piccole e medie imprese che sia sostenibile sia da un punto di vista ambientale che sociale. Vediamo subito un esempio concreto: il ciclo dei rifiuti. Dicevo prima che la nostra Provincia sta diventando la discarica della Lombardia: vi operano ben due inceneritori, a Corteolona e Parona, il primo dei quali è attualmente oggetto di un progetto di triplicamento. I nostri inceneritori importano rifiuti dal resto della Lombardia e d’Italia, a fronte dell’assenza di un piano coordinato a livello provinciale e regionale per l’implementazione del ciclo della raccolta-riciclo-riuso del rifiuto. Invece di favorire i grandi speculatori del rifiuto, che senza i contributi pubblici garantiti dal meccanismo dei Cip6 chiuderebbero i battenti domani, dobbiamo creare una rete virtuosa di piccole e medie imprese della raccolta differenziata, del riciclo, del riuso.

Per una cittadinanza attiva

Ho parlato di “ascolto della cittadinanza”. Ebbene, prima di candidarmi in Regione sono stata la fondatrice del Coordinamento Provinciale Pendolari Pavesi, e ho fatto parte di numerosi comitati e coordinamenti civici di cittadini che si spendono per il bene comune. Quando parlo di partecipazione e di ascolto, sto parlando anche della mia personale esperienza di lavoro sul territorio, dal basso, per portare la voce dei cittadini nelle Istituzioni. Produrre dossier, interfacciarsi con Regione, coordinare gli attivisti, è stato per anni il mio pane quotidiano. Spesso i 5 stelle vengono raffigurati come neofiti della politica. Noi, 9 consiglieri lombardi, così come i tanti altri consiglieri e parlamentari eletti, non siamo neofiti. Di politica ci occupiamo da anni lottando contro gli inceneritori, promuovendo un modello di sviluppo sostenibile, denunciando le infiltrazioni mafiose. Veniamo da un lungo percorso, e portiamo ora queste nostre esperienze e testimonianze direttamente nelle Istituzioni. Troppo a lungo le Istituzioni hanno ignorato e tenuto a distanza l’associazionismo, i comitati, le libere organizzazioni di cittadini. E’ ora che Regione cambi, che diventi una casa di vetro, accogliente e capace di dare risposte effettive e concrete ai cittadini. I cittadini e le loro libere organizzazioni non dovranno più essere il soggetto passivo di scelte calate dall’alto, dovranno anzi essere consultati a monte del processo deliberativo, affinché il loro punto di vista venga integrato nel processo stesso di decision making. Altrimenti parole come partecipazione e sussidiarietà rimarranno mere invocazioni prive di contenuto. E noi favoriremo questo processo di partecipazione diretta per il bene comune.

MEXICAN TEQUILA CRISIS – 1994 un allenamento per la tempesta economica europea

4 aprile 2013 redazione Nessun commento

di Don Quijones

Con il senno di poi, sembra che il Miracolo messicano dei primi anni ’90 e la Tequila Crisis del 1994 siano stati solo un allenamento per la partita vera, quella che oggi si gioca in Europa. Gli europei staranno al gioco?

“Che gli uomini non imparino molto dalle lezioni della storia è la più importante di tutte le lezioni della storia.” – Aldous Huxley -

Nel suo recente saccheggio legale dei conti bancari di Cipro non assicurati (e dei russi) e la sua spietata noncuranza a ogni opposizione politica e sociale alle sue decisioni, la troika ha dimostrato agli occhi di tutti, il suo disprezzo per i beni personali, per la democrazia e per lo Stato di diritto: i tre capisaldi della moderna civiltà europea.

Anche il più fiducioso e ottimista degli europei sta finalmente iniziando a vedere nel volto protettivo della Troika il suo vero istinto da lupo. Per contro, per molti latinoamericani, la natura lupesca delle banche internazionali è fin troppo familiare. Attraverso la loro dolorosa esperienza hanno imparato che quando si chiama “l’uomo nero”, succedono sempre cose brutte.

Durante il decennio perduto degli anni ‘80 e la tumultuosa prima metà degli anni ‘90, molte economie dell’America Latina, tra cui il Brasile, ora una superpotenza globale emergente, sono stati fatti a pezzi e dissanguati da un cocktail fatale di inettitudine politica, di corruzione, di abusi e frodi finanziarie – tutto ciò facilitò la supervisione del FMI, oggi uno dei componenti dell’ asset della Troika che sta saccheggiando l’Europa.

Nel 1994, dopo decenni di cattiva gestione economica si raggiunse il punto più basso nella crisi messicana, detta Mexican Tequila, un evento che avrebbe dovuto servire – ma che evidentemente non è servito – come presagio di future tempeste finanziarie che ora stanno banchettando in tutta Europa.

Atto I

Nei primi anni novanta, la banca centrale del Messico adottò un regime di bassi tassi di interesse che contribuì ad attirare un flusso di capitali esteri speculativi, soprattutto da parte di investitori e banche.
Le conseguenze erano fin troppo prevedibili : con denaro a buon mercato che scorreva a fiumi, le banche del Paese – come quelle del periodo pre-crisi di Spagna, Portogallo e Irlanda – cominciarono drasticamente a dare prestiti a tutti. Diventato un fenomeno alla moda, la stampa finanziaria cominciò ad applaudire da bordo campo, quella spettacolare crescita del debito che alimentava il “Miracolo messicano”.

Gli investitori statunitensi cominciarono a correre verso sud, attratti dai tassi di interesse vantaggiosi del Messico e dai rendimenti degli investimenti. Questa corsa speculativa creò una spirale: Più gli investitori portavano dollari a sud, più saliva la borsa messicana e più facile diventava per le aziende messicane e per il governo ricevere in prestito quantità apparentemente infinite di dollari.

Tuttavia, come in tutti i boom alimentati da soldi facili, il tempo bello è durato poco. Nel 1992, le prime tensioni già cominciarono a mostrare che il disavanzo del bilancio del Messico era più che raddoppiato in pochi anni ma ci vollero due anni perché la bolla scoppiasse, aiutata da una spinta delle forze politiche e finanziarie.

Il 1° gennaio 1994, un gruppo di zapatisti guidati dal subcomandante Marcos si slanciò in una breve rivoluzione nella provincia meridionale del Chiapas. Poi seguì, mesi più tardi, l’assassinio di due delle più importanti figure politiche del paese – Luis Donaldo Colosio, il candidato successore dell’allora Presidente Carlos Salinas e José Francisco Ruiz Massieu, segretario generale del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) – questo cominciò a seminare seri dubbi nella mente degli investitori sulla stabilità politica del paese.

I timori si accrebbero quando il governo Salinas propose di svalutare la moneta – cosa che fece esattamente il suo successore alla presidenza Ernesto Zedillo Ponce de León appena si insediò nel dicembre dello stesso anno.

Mentre era in atto una forte emorragia di fondi esteri – molti dei quali tornavano oltre il confine nord per inseguire l’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti – Zedillo annunciò una svalutazione del peso del 13%. Poi nei mesi successivi, il free-floating del peso lo portò a perdere quasi il 50% del suo valore verso il dollaro, portandosi via gran parte dei risparmi della classe media del paese e facendo temere che con il crollo del valore delle attività, sarebbero state spinte al fallimento anche le banche messicane.

Atto II

Fin qui, tutto normale – solo un altro di quei sordidi giochetti finanziari a cui ci siamo abituati in questi tempi. Tuttavia, furono gli eventi che seguirono subito dopo la caduta in disgrazia del Messico, che devono essere esaminati e che, per molti versi, hanno aperto la strada a quello che sta accadendo oggi in Europa.

Evidentemente in preda al panico per le potenziali ripercussioni della Tequila Crisis sulle banche statunitensi, l’amministrazione Clinton mise rapidamente insieme un enorme pacchetto di fondi, apparentemente per salvare il sistema finanziario messicano. Dopo tutto, era il minimo che potesse fare per aiutare il paese vicino in difficoltà.
Il fatto che Robert Rubin, l’allora Segretario al Tesoro di Clinton, fosse anche un ex Co-Presidente della Goldman Sachs (solo recentemente conosciuta per quel vampiro che è realmente) che si era aggressivamente ricavata una nicchia nei mercati emergenti e in particolare in Messico, è ovviamente solo una coincidenza.
Secondo l’edizione 1995 del Multinational Monitor, il Messico era “il primo ed il principale dei clienti di Goldman Sachs nei mercati emergenti”, da quando Rubin personalmente aveva fatto pressioni sull’ex Presidente messicano Carlos Salinas de Gortari per consentire che la Goldman Sachs gestisse laprivatizzazione della Teléfonos de México. Rubin, nel 1990, portò alla Goldman un contratto per gestire un’offerta pubblica globale da 2,3 miliardi di dollari. Goldman successivamente affidò quella che era la più grande azienda pubblica del Messico, quella televisiva all’azienda privata del Grupo Televisa.

Ma non era solo il governo USA che sembrava deciso a dare una mano alle banche del Messico e, indirettamente, ai loro ben più importanti creditori. L’FMI mise a disposizione un pacchetto di oltre 17 miliardi di dollari – tre volte e mezzo oltre il massimo mai assegnato. Anche la Bank of International Settlements (BIS) – la banca centrale delle banche centrali – mise il suo zampino su questo atto, contribuendo con altri 10 miliardi di dollari.

Con tutto questo fiume di denaro che scorreva dentro e fuori dal Messico, non si può fare a meno di chiedersi dove dovesse andare a finire e che cosa ci si dovesse pagare.

Per la prima domanda, Lawrence Kudlow, redattore economico della rivista conservatrice National Review, affermò sotto giuramento al Congresso che i beneficiari non erano né il peso messicano né l’economia messicana:

“Si tratta di un piano di salvataggio delle banche americane, delle società di intermediazione, dei fondi pensione e delle compagnie di assicurazione che hanno comprato il debito messicano a breve termine, circa 16 miliardi di dollari in tesobonos e di circa 2,5 miliardi di peso denominati in buoni del Tesoro (CETES).”

Così, proprio come è successo con i salvataggi di Grecia, Irlanda e Portogallo, i soldi prestati dal FMI e dai governi nazionali furono subito stornati dal governo del paese beneficiario e dalle banche verso le casse di alcune delle più grandi delle istituzioni finanziarie private del mondo. Il denaro toccò appena il suolo messicano!

Le istituzioni finanziarie recuperarono tutto – o almeno la maggior parte – dei soldi che avevano scommesso in Messico durante gli anni del boom. Così è iniziata l’era moderna del gioco d’azzardo “nessun rischio, tutto guadagno” che è diventata la morale corrente nella finanza globale.

Eppure, anche se il piano di salvataggio messicano era, a tutti gli effetti, un semplice trucco di bilancio, con cui sono stati trasferiti i fondi dai contribuenti degli Stati Uniti alle banche e agli investitori degli Stati Uniti per mezzo del sistema finanziario messicano, il popolo messicano restava sempre attaccato all’amo del debito da pagare (più, ovviamente, gli interessi composti).

Dopo tutto, qualcuno deve pagare per la generosità delle banche!

Dopo aver presentato un piano di austerità minimalista nel mese di gennaio, respinto dai mercati perché inconsistente, il 9 marzo l’amministrazione Zedillo impose un piano di assalto, una vera e propria aggressione alle imprese messicane e ai consumatori (le abbiamo già sentite queste parole in Europa?)

Con un colpo di penna, l’IVA salì dal 10% al 15%, i prezzi del carburante del 33% e le tariffe dei servizi residenziali del 20%. Il governo bloccò anche gli aumenti dei salari minimi al 10% contro una inflazione al 50%, che aveva causato un forte calo del potere d’acquisto dei lavoratori a salario minimo. L’azione del governo portò anche i tassi di interesse sul credito al consumo fino al 125%.

Atto III

Ancora oggi, a 19 anni dall’inizio della crisi, il paese continua a versare sangue per il debito tossico generato durante gli “anni del miracolo”. Secondo le stime più recenti, tra il 1976 e il 2000, il potere d’acquisto del salario minimo medio è sceso di un incredibile 74 %, ed è stato rivalutato di un misero 0,5%.

Come nella fase di post-crisi argentina, la classe media del paese è stata decimata e quel poco che ne rimane sta pagando per gli oltre 3 miliardi di dollari di interessi che ogni anno si sommano al debito del paese.

Per le grandi banche statunitensi che hanno contribuito a fomentare il miracolo messicano, gli ultimi 19 anni sono stati un po’ più gentili. Secondo le ultime stime sull’economia americana nella debacle dei sub-prime, essendo letteralmente “too big to fail“, si possono ancora permettere di tenere gli occhi puntati su una preda molto più grande.

Con il senno di poi, sembra che il Miracolo messicano e la Tequila Crisis siano stati solo un allenamento per la partita vera che oggi si gioca in Europa.

La domanda è: Gli europei staranno al gioco?

Vito Crimi al Senato: gli orrori dell’austerità. Abbiamo bisogno di un New Deal

26 marzo 2013 redazione Nessun commento

di Vito Crimi

(di seguito riportiamo il discorso integrale al Senato nel giorno 25/03/2013 di Vito Crimi , capogruppo M5S).

Vito Crimi

Presidente Monti,

La ringrazio, a nome del gruppo parlamentare Movimento 5 Stelle per aver relazionato a questo ramo del Parlamento sul Consiglio europeo del 14/15 Marzo scorso.

Dal combinato disposto della lettura delle Conclusioni ufficiali dello scorso Consiglio Europeo e dall’ascolto delle Sue dichiarazioni rileviamo un misto di mezze-verità e di illusioni che cercano maldestramente di mascherare il disastroso fallimento delle politiche di austerità. Il premio Nobel Paul Krugman ha recentemente denunciato il tentativo di “coprire l’orrore della situazione europea con una coperta di parole tranquillizzanti”. Ciò che Krugman chiama “gli orrori dell’austerità” sono a chiunque evidenti nei dati sulla disoccupazione, sul logoramento delle piccole-medie imprese, sul calo della produzione industriale, sull’approfondirsi di una depressione persino più grave di quella iniziata nel 1929.

Fu proprio la Grande Depressione degli anni ’30 a insegnarci tragicamente come l’austerità in tempi di crisi non risolva le difficoltà, come enfaticamente annunciato dai fanatici del rigore, ma anzi, al contrario, aggravi la situazione economica stessa causando l’esplodere della disoccupazione, in particolar modo giovanile, l’inaridirsi degli investimenti, il fallimento delle piccole-medie imprese. Anche il debito pubblico, sbugiardando le previsioni “ufficiali” frettolosamente corrette di mese in mese, aumenta vertiginosamente in tutti i Paesi europei sottoposti allo shock dell’austerità, a partire dalla Grecia, dal Portogallo, dalla Spagna e dall’Italia per giungere poi alla cosiddetta “solida” Francia.

CRISI DELLA FINANZA E POLITICHE DI RIGORE

Se la crisi ha le sue origini nel settore finanziario privato, il suo perdurare ed inasprirsi è dovuto a politiche sbagliate e segnatamente pro-cicliche, che cioè aggravano il contesto economico in un quadro già critico. Questa situazione è ben fotografata dalla Corte dei Conti, il cui Presidente, durante un’audizione sulla nota di aggiornamento al Def davanti alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, il 2 Ottobre 2012 ha dichiarato:

la compressione del reddito disponibile di famiglie e imprese non può, infatti, non generare una caduta dei consumi e degli investimenti”.

E ancora:

Si continuano a inasprire le manovre correttive, ma l’economia reale non riesce più a sopportarne il peso”.

l'austerity non funziona

l'austerità non funziona

Per cui, e non lo sosteniamo solo noi, fin qui avete operato politiche deflazionistiche. Riconoscetelo.

Fino a quando il Governo e i partiti intendono portare avanti l’idolatria dell’austerità, e il suo contorno di mistificazioni e “previsioni” puntualmente smentite da una realtà sempre più drammatica? Fino a quando il Governo e i partiti continueranno a ignorare le rivendicazioni di giustizia sociale e uguaglianza dei cittadini europei, a partire dagli indignados spagnoli che urlano “no al rescate”, dai portoghesi che scendono in piazza contro la Troika, di greci e ciprioti che protestano contro la loro riduzione in miseria, degli italiani stessi?

L’ultimo vertice europeo, a quanto pare cieco e sordo di fronte alla realtà, continua nonostante tutto ad abbinare rigore e crescita, un vero ossimoro.

RIGORE E CRESCITA? UNA CONTRADDIZIONE IN TERMINI

Come altro interpretare l’esigenza espressa di “Portare avanti un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita” ? E’ una contraddizione in termini se non volessimo leggere tra le righe nella locuzione “differenziato” chissà quali aperture a politiche di minor rigore. Questo nella relazione conclusiva del Consiglio Europeo già citata non è tuttavia chiaro. In verità, Lei Presidente Monti in una lettera al Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy ha scritto che il rigore fiscale resta la priorità e che occorre sfruttare appieno i margini di flessibilità già contenuti nel Patto di Stabilità a cominciare dalla possibilità di scomputare dal deficit gli investimenti produttivi. Tale ipotesi trova l’accordo del Presidente Francese François  Hollande.  In apparenza anche il cancelliere Angela Merkel sembra  concorde con tale scenario ed infatti ha dichiarato “è giusto che l’Italia”, con un rapporto deficit/Pil che nel 2012 si presume sia stato inferiore al 3%,”possa avere maggiore spazio per gli investimenti.

In realtà non si è sia deciso assolutamente nulla, solo dichiarazioni d’intenti, propositi insufficienti, perché quello che conta è la modalità dello scorporo degli investimenti dal deficit pubblico. Non la misura dell’intervento stesso, come se non si avesse coscienza del dramma sociale che milioni non solo di italiani ma anche di europei stanno vivendo.

Anzi per dare il quadro completo occorre registrare che già c’è chi si mette di traverso, facendo emergere l’anima rigorista, non senza interessi per il proprio paese. Il premier svedese, Fredrik Reinfeldt, si è mostrato scettico sulla, già molto timida, linea della flessibilità controllata per le politiche di bilancio. Ha sostenuto che in Europa ci sono Paesi che vogliono continuare a vivere sul debito chiedendo ai paesi “virtuosi” di pagare il conto: noi, M5S, questo non lo accettiamo.

Il Governo italiano intanto continua nonostante tutto a presentare all’opinione pubblica supposte conquiste che non sono altro che maldestri ritocchi di maquillage per rifare il trucco a un naufragio annunciato.

DIRE LA VERITA’ AGLI ITALIANI

Presidente Monti Le chiediamo qui un atto di umiltà: è giunto il momento di dire la verità agli italiani, di parlar chiaro, di cambiare rotta in modo radicale. L’austerità ha fallito, completamente e in modo incontestabile. Gli italiani e i popoli europei hanno già pagato un prezzo troppo alto per continuare a giustificare sacrifici per un’ideologia fallimentare e per salvare il settore finanziario dai suoi stessi famelici eccessi. I partiti, tutti qui presenti, che ne sono stati gli araldi e gli strenui difensori non hanno più nessuna credibilità e dovrebbero chiedere umilmente scusa e fare non uno ma due passi indietro.

Abbiamo immediato bisogno di un new-deal che rimetta al centro il lavoro, le piccole-medie imprese, la giustizia sociale, la speranza in un futuro che ai nostri giovani sembra sia stato sottratto. La sofferenza popolare chiede un cambiamento radicale che dia la priorità non più alla finanza speculativa ma alla vita delle persone, ai bisogni della gente e in definitiva all’economia reale.

Anche il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, il solo provvedimento espansivo su cui tutte le parti politiche e sociali concordano e che ha la benedizione del Capo dello Stato, richiede un consenso europeo. Su tale punto Bruxelles chiede all’Italia, come dichiarato dal Vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, l’ammontare del debito ma nel paese dell’ipocrisia contabile e dell’evasione fiscale, anziché dotarsi di una contabilità analitica idonea a misurare l’ammontare dello stesso, si e’ preferito nasconderlo per far quadrare fittiziamente i conti.

Stime prudenti quantificano l’ammontare del debito della PA in 140 miliardi che se venissero incassati dalle imprese potrebbero mettere in moto investimenti pari a circa il 10 % del PIL. Un’enormità che avrebbe anche benefici sul rapporto deficit PIL.

Riteniamo  quindi che la somma prevista per iniziare i pagamenti, ovvero 40 miliardi nel biennio 2013-14, sia del tutto inadeguata.

L’entità delle somme e la situazione drammatica in cui versano le piccole e medie imprese già soffocate dal fisco, devono imporre al governo una risoluzione del problema urgentissima.

LA MOBILITAZIONE DI ITALIANI ED EUROPEI

Gli “orrori dell’austerità” hanno i giorni contati grazie alla straordinaria mobilitazione di milioni di italiani ed europei. I partiti artefici del disastro lo sanno, ma invece di assumersi le loro responsabilità cercano di tergiversare e prendere tempo per non ammettere i colossali errori che ci hanno portati sino a qui.

In conclusione, chiediamo che d’ora in avanti si abbia il coraggio di abbandonare le politiche pro-cicliche recessive e si definisca una agenda che punti alla crescita reale del Paese auspicando una collaborazione con gli altri paesi che maggiormente condividono la nostra stessa situazione economico-finanziaria tipicamente dell’area mediterranea. Casi come quello di Cipro, di estrema attualità, non devono più accadere.

Iolanda Nanni: l’impegno NO TAV

21 marzo 2013 redazione Nessun commento

di Iolanda Nanni

Iolanda Nanni, portavoce consigliere in Regione Lombardia

Sabato 23 Marzo si terrà una grande manifestazione NO-TAV in Val di Susa: da Pavia parteciperò come rappresentante del Consiglio regionale lombardo insieme al cittadino in Senato Luis Alberto Orellana.

Se dovessi indicare quale sia il più grande spreco finanziario italiano sicuramente risponderei: il TAV Torino-Lione. Il suo costo complessivo preventivato supera i 20 miliardi (oltre 120 milioni di euro a Km, una follia!). Tanto per capire gli ordini di grandezza, il Ministro Fornero ha dichiarato che non ci sono risorse per il reddito di cittadinanza, eppure i 20 miliardi del TAV coprirebbero questa misura urgente e improrogabile per quantomeno 2 anni. Le risorse non mancano, semplicemente certa “politica” preferisce destinarle a grandi opere inutili (ma che foraggiano cooperative rosse, banche amiche e grandi imprese vicine alla casta) invece di garantirle a chi ne ha realmente bisogno. Come se i suicidi fra imprenditori costretti a chiudere e cittadini che perdono il lavoro fossero l’ultima preoccupazione di una classe politica sorda e cieca alla realtà. In questo modo lo Stato, che dovrebbe perseguire l’interesse collettivo e il bene comune, sottrae invece risorse allo sviluppo e ai diritti per gettarle nel pozzo senza fondo delle grandi opere inutili, dal TAV al Ponte sullo stretto di Messina al MUOS siciliano.

Essendomi impegnata per anni come portavoce del Coordinamento pendolari della Provincia di Pavia, sono consapevole del fatto che le politiche di mobilità di cui abbiamo subito bisogno non riguardano il risparmiare qualche minuto da Torino a Lione, bensì il potenziare le reti di trasporto già esistenti (fra cui proprio la linea ferroviaria Torino-Lione, il treno c’è già anche senza il TAV!) soprattutto a favore dell’utenza pendolare e del trasporto merci su ferro.

Il M5S è contro le opere faraoniche inutili, grandi sprechi, rischi di corruzione e di infiltrazione malavitosa. Insieme a Luis Alberto Orellana, parteciperò con determinazione alla manifestazione No-Tav di sabato 23 Marzo, al fianco di tanti cittadini simpatizzanti 5 stelle che ancora una volta scenderanno per le strade e le piazze a chiedere un reale cambiamento, fedeli ai nostri ideali pacifisti, non-violenti e democratici. Ci vediamo sabato, per cambiare la Val Susa e l’Italia!

Allarme da Cipro

20 marzo 2013 redazione 14 commenti

di Nicola Melloni (tratto da Informarexresistere)

Angela Merkel in un manifesto cipriota

Quello che sta succedendo a Cipro rischia di essere davvero l’ultimo chiodo sulla bara dell’Europa. Dopo l’ondata di proteste in Spagna, Portogallo e pure in Francia, dopo il voto italiano, dopo che anche Monti ha trovato il coraggio di andare a Bruxelles a dire che l’austerity non funziona, ci si aspettava un cambiamento nell’approccio della Ue alla crisi. E tale cambiamento pare ci sia stato, solo non nella direzione che tutti si aspettavano. A Cipro, infatti, si è deciso di passare dall’austerity alla confisca diretta dei beni.

La storia dell’isola mediterranea è interessante. Una sorta di paradiso fiscale inserito nella UE, Cipro è una delle mete preferite dei “nuovi Russi” che hanno qualcosa da nascondere e soprattutto qualche rublo da riciclare. Magari per rinvestirlo proprio in Russia ad una tassazione favorevole. Dunque l’isola ha un sistema bancario iper-sviluppato rispetto alle reali esigenze dell’economia cipriota (circa otto volte maggiore), una situazione simile a quella dell’Islanda qualche anno fa. Ora, davanti ai problemi di alcune banche, colpite in particolare dalla crisi greca e la mancanza di fondi del governo, ancora una volta si ricorre al bail out europeo. Che come sempre arriva con qualche condizione.
In questo caso, date le piccole dimensioni dell’economia, l’austerity non bastava e si è dunque passati alla confisca. Cosa che era stata ampiamente preventivata. In Islanda, per rimanere al paragone precedente, le perdite erano state inflitte ai depositi intestati a stranieri, in particolare olandesi ed inglesi. Ci si poteva aspettare qualcosa di simile a Cipro, punendo in questo caso gli oligarchi russi. O se anche si volevano colpire altri depositi, era realistico aspettarsi che un hair-cut, una tassa, fosse imposta solo sui conti correnti più ricchi, quelli sopra i 100 mila euro. Anche perché, ricordiamolo, all’interno della Ue esiste un’assicurazione per tutti i depositi inferiori a quella cifra – una posizione ribadita dalla UE appena un mese fa dopo che la corte dell’Efta, l’area economica europea, aveva dato ragione all’Islanda (paese non membro UE) che non aveva invece protetto i depositi stranieri di qualsiasi ammontare.
Ed invece, la Troika ha pensato bene di contraddire se stessa e venire meno a qualsiasi principio non solo di equità ma anche di saggezza. Una tassa del 9,75% è stata messa sui depositi superiori ai 100mila euro, ed al contempo una ritenuta del 6,5% è stata imposta su tutti gli altri depositi. Il tutto accompagnato da una chiusura temporanea delle banche, senza possibilità di prelievo, per evitare fughe di capitali nei prossimi giorni – per altro già abbondantemente iniziate nei giorni scorsi. In sostanza, una patrimoniale sui poveri per salvare gli oligarchi russi (e non solo). Una decisione drammatica che va a colpire tutti i redditi in maniera molto simile, quasi lineare, sfavorendo ovviamente i redditi più bassi. Gli investitori non subiscono perdite, e pure i titolari di depositi stranieri se la cavano tutto sommato a buon mercato – una tassa di meno del 10% è davvero un prezzo molto basso quando comparato ai risparmi generati dalle attività di evasione ed elusione fiscale che hanno portato i capitali a Cipro. In termini pratici, si è preferito far pagare tutti per evitare un prelievo troppo alto sui depositi esteri che se la sarebbero data a gambe levate affondando definitivamente il sistema bancario cipriota. L’obiettivo è dunque salvare le banche ma anche lo status di paradiso fiscale dell’isola.
La decisione pare sia avvenuta, come spesso in questi casi, con un vero e proprio ultimatum dei paesi del Nord guidati dalla Germania: prendere o lasciare, un’arroganza accresciuta dal fatto che, date le dimensioni dell’isola, l’Euro non avrebbe subito contraccolpi anche in caso di uscita di Cipro dalla zona Euro. Un vero e proprio ricatto ed uno schiaffo in faccia ai principi più basilari di equità sociale che rischia però seriamente di non passare il voto nel Parlamento cipriota. Ecco allora che pare possibile in queste ore un compromesso che abbassi la tassa sui depositi inferiori a 100 mila euro e la accresca per i correntisti più ricchi.
Sarebbe una scelta di buon senso, ma solo parziale. Non solo pare davvero ingiusto intaccare, in qualsiasi forma, i depositi della popolazione cipriota, ma, soprattutto, si manda un segnale equivoco al resto dei paesi europei in difficoltà. In buona sostanza il messaggio per i correntisti è: occhio, se i vostri paesi saranno in difficoltà i soldi verremo a prenderveli direttamente in banca. L’effetto potrebbe essere disastroso nei casi spagnolo e portoghese, dove il sistema bancario pare a pezzi, ma anche in Italia (basti pensare a Mps) e pure in Francia si rischia di creare una situazione da bank run non appena le cose ricominceranno ad andare male. Il rischio è, con l’effettivo decadere della garanzia sui depositi, che si crei una situazione di fuga dei correntisti dalla banche nazionali che dissanguerebbe le economie dei Piigs. L’ultimo tassello verso l’implosione dell’euro.

Luis Alberto Orellana: le votazioni in Senato

16 marzo 2013 redazione 13 commenti

di Luis Alberto Orellana

E’ passata un’altra giornata intensa. Due votazioni inutili. Tutto tatticismo. Le schede bianche utili solo per perdere tempo e nessuno che esprime dei candidati tranne noi del M5S. Mi sembra poco rispettoso dell’istituzione, del nostro Parlamento.
A proposito di poco rispetto mi hanno riferito di alcuni senatori leghisti che hanno urlato verso il presidente Colombo chiedendogli di parlare in italiano. E’ vergognoso per non dire di più.
Tornando alla mia candidatura ho notato come è stata ignorata totalmente dagli altri colleghi. Nessuno anche fosse solo per curiosità si è avvicinato per parlarmi, per chiedermi le ragioni di questa candidatura. Per cercare di capire se davvero sarei potuto essere il presidente di tutti. Tutti invece arroccati nelle loro grandi tattiche e mirabolanti strategie da bassa politica e nessuna voglia di ascoltare e ascoltarsi. Questo è un segno chiaro di quanto ci temono, di quanto facciamo paura e soprattutto di quanto noi siamo diversi.
Una ultima annotazione. Ho avuto il piacere di stringere la mano del Senatore Emilio Colombo che oggi ha presieduto la prima seduta della XVII legislatura al Senato. L’ho ringraziato per aver letto correttamente il mio cognome ma, in cuor mio, avrei voluto ringraziarlo per essere stato membro di quella Assemblea Costituente che ha così brillantemente prodotto la nostra Carta costituzionale.

Luis Alberto Orellana: candidato M5S alla Presidenza del Senato

15 marzo 2013 redazione Nessun commento

di Luis Alberto Orellana

Luis Alberto Orellana

Da pochi minuti è finita una giornata per me importante (non la più importante ovviamente) e della quale mi restano addosso molti sentimenti. Innanzitutto tanta gratitudine per i colleghi senatori che mi hanno votato dopo un proficuo confronto sul ruolo del presidente del senato con gli altri candidati. Tanto orgoglio per aver l’opportunità di rappresentare il MoVimento 5 Stelle nelle votazioni di domani e forse dopodomani. La serenità non arrogante di sapere che un ruolo, seppure così importante, sarebbe da me interpretato in modo veramente di garanzia per tutti. Per le forze politiche certamente ma soprattutto per i cittadini le cui istanze verrebbero maggiormente tutelate. Non deve più accadere che una legge di iniziativa popolare non sia discussa in Parlamento come è successo, per fare un esempio, con le oltre 350mila firme del V-Day.
A me piacerebbe tanto invece poter appendere sul portone del Senato un cartello con scritto “Nuova Gestione” come usano le pizzerie che tentano un rilancio dopo anni di clientela persa. La “Nuova Gestione” nella quale il Parlamento è una casa di vetro, trasparente, chiara, da tutti riconosciuta come un valore aggiunto dell’Italia e non associata al privilegio di pochi.
Non aggiungo altro ma son sicuro che purtroppo i partiti si “accorderanno” per una scelta in totale continuità con quanto sinora fatto.

Elezioni 2013: analisi del voto

13 marzo 2013 redazione Nessun commento

di Salvatore Cannavò

l'austerity non funziona

l'austerità non funziona

La notizia non è solo che nel voto degli operai Grillo è al primo posto ma che il Pd arriva a terzo. L’analisi della composizione sociale del voto del 24 e 25 febbraio realizzata dall’istituto Demos fotografa con più precisione e nitidezza il sommovimento sociale espressosi poi nelle elezioni. Il movimento di Beppe Grillo, infatti, smuove nel profondo gli elettorati tradizionali di centrodestracentrosinistra, lavoro dipendente da un lato, imprenditori e lavoratori autonomi, dall’altro, e segnala cambiamenti importanti avvenuti sull’onda della crisi economica e delle politiche realizzate dai governi degli ultimi anni.

Grillo è il primo partito, superando il 40%, tra gli operai (40,1), il lavoro autonomo (40,2) e i disoccupati (42,7). Di fatto, è in testa nelle categorie che più di altre sono legare alla produzione materiale, che hanno vissuto in forma diretta, spesso senza mediazioni o “ammortizzatori”, la crisi e che ne hanno misurato la durezza. Con questi numeri è del tutto logico che il M5S sia il primo partito nella cintura operaia torinese, in molte zone del Nordest o in Sardegna e Sicilia. Al contrario, ilPdl è il primo partito tra le casalinghe – quello più legato alla televisione – mentre il Pd lo è tra i pensionati (39,5) e gli impiegati, tecnici e funzionari (32,4). Come a dire, la basa storica e tradizionale del voto di centrosinistra e quel settore che, come dice Grillo, è il più inserito in questasistema. Chi dal sistema attuale si sente minacciato, da destra, da sinistra, dal basso, fugge via e si rifugia in un voto che è un mix di protestarabbia (probabilmente la componente maggioritaria) e di ricerca di una possibile soluzione di uscita alla situazione attuale.

La gestione delle politiche di austerità, dunque, ha prodotto l’erosione costante e, con le ultime elezioni, violenta dei consensi dei maggiori schieramenti. Più che chiedersi cosa vuole Grillo e dove andrà il suo movimento è forse più utile interrogarsi sulla qualità di quelle politiche e sul loro impatto sociale. La fotografia, ripetiamo, è nitida: il mix tra globalizzazione da un lato, cioè trasferimento a livello sovranazionale della governance e dei meccanismi di redistribuzione del reddito, e austerità dall’altro, cioè lo spostamento delle risorse verso la fascia dei ricchi e dei super-ricchi (l’1% contro il 99), ha intaccato in profondità equilibri sociali radicati. Perdita del posto di lavoro per quanto riguarda gli operai non più tutelati, anzi attaccati, dal centrosinistra e, in parte daisindacati; perdita di alcune rendite fiscali o produttive per quanto riguarda la piccole e media impresa, tradita da Berlusconi e della Lega. In termini grossolani ma veritieri, il senso del voto è questo. Le accuse alla casta, agli sprechi e alla politica professionale hanno costituito soprattutto “la narrazione” scelta da Grillo per offrire un obiettivo immediato alla rabbia e alla vera e propria disperazione sociale ma non costituiscono, di per sé, il cuore del suo successo. Che dipende, invece, dalla solitudine creata dalla crisi e dall’assenza di ipotesi convincenti per uscirne. Ipotesi che oggi sono sempre più lontane.

Sarà qui, dunque, che si giocherà la partita del futuro. Quelle che vediamo oggi in azione – le aperture di Bersani, il balletto dell’appoggio o meno al possibile prossimo governo, le elezioni anticipate – sono solo convulsioni del quadro politico. La sostanza del problema, invece, è capire quali politiche possano essere allestite. Il Pd ha la carta del rapporto con Monti, in una nuova riedizione sempre più moderata del centro-sinistra (con il trattino), per affrontare una nuova tornata elettorale, tra tre mesi o un anno, ma questo significherebbe ricollocarsi nell’alveo della Bce e del rigore monetario. Quel partito ha anche la carta dello spostamento a sinistra, con un progetto di soluzioni radicali, ma questa strada significherebbe lo stravolgimento della natura del Pd e quindi la sua rottura (c’è qualcuno che vuole assumersene l’onere?).

Grillo, invece, deve ormai ragionare, soprattutto a fronte a un nuovo successo elettorale, in una logica di governo. Deve offrire uomini, donne e programmi convincenti, più organici di quelli attuali, pensati soprattutto per l’opposizione. Ma soprattutto dovrà spiegare se, come e quando intende portare l’Italia fuori dall’austerità. La partita politica del prossimo periodo si gioca su questo.

Lo tsunami sindacale

11 marzo 2013 redazione Nessun commento

di Giorgio Cremaschi

Bisognerebbe forse rivolgersi a “Chi l’ha visto?” per avere notizie dei gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL. Sono scomparsi anche dallo spettacolo mediatico e se qualche presenza c’è stata, non se ne è accorto nessuno.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo avviene perché le grandi confederazioni sono estranee all’avvitarsi su se stessa della crisi politica, fanno un altro mestiere. Ma è difficile dimenticare il loro impegno pre elettorale.

La CISL è stata promotrice della lista Monti, mentre la CGIL ha investito tutto sulla vittoria di Bersani. Entrambi i gruppi dirigenti di queste confederazioni sono dunque usciti sonoramente sconfitti dal voto, a maggior ragione perché un gran numero degli iscritti alle loro organizzazioni non li ha seguiti e ha votato 5 Stelle.

Ma la scelta di collateralismo elettorale non è la causa, ma solo un disperato, fallito, tentativo di affrontare così una crisi del sindacalismo confederale che ora sta precipitando dopo anni e anni di scivolamento verso il basso.

Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.

I precari e i disoccupati sono fuori dal mondo sindacale organizzato, ma anche quest’ultimo è sempre meno tutelato dalla contrattazione. Gli accordi che si firmano sono solo peggiorativi, sia quelli separati come l’ennesimo in Fiat, sia quelli unitari come alle Trenord. Ovunque i lavoratori sindacalizzati ricevono più danni che benefici dagli accordi sindacali.

Si può obiettare a questo brutale giudizio che sempre nei momenti di crisi e disoccupazione i sindacati hanno fatto fatica a reggere. Però bisogna anche provarci a resistere.

Il governo Monti ha realizzato le sue peggiori controriforme, dalle pensioni all’articolo 18, e la sua disastrosa politica di austerità con il consenso della Cisl e con le brontolate senza mobilitazione della CGIL. La UIL non è pervenuta.

Questo ultimo anno catastrofico per le condizioni complessive del mondo del lavoro ha visto una complicità e una passività sindacale uniche in Europa, o in ogni caso in contrasto clamoroso con quello che era considerato uno dei movimenti più forti del continente. Le resistenze della FIOM e dei sindacati di base, le singole lotte aziendali, non sono riuscite a fermare questa ritirata generale.

Si capisce allora meglio perché i gruppi dirigenti di CGIL e CISL si sono così platealmente spesi nella campagna elettorale. Dalla vittoria dello schieramento amico speravano di riottenere quel ruolo istituzionale che avevano perso senza lottare.

Non è andata così ed ora i gruppi dirigenti delle grandi confederazioni brancolano nel buio, sperando in chissà quale miracolo che permetta loro di continuare così senza cambiare nulla.

La burocrazia sindacale sente arrivare la crisi, ma spesso reagisce ad essa con la chiusura al dissenso e l’obbligo alla fedeltà. Due operai, militanti sindacali esemplari generosi e onesti, sono stati espulsi dalla CGIL a Padova perché su internet contestavano i dirigenti. E non è certo il solo caso di autoritarismo nella vita interna.

Questo sindacato che oggi pare scomparso non produce autocritiche, non ricerca vie nuove, non si rinnova né tantomeno si sburocratizza, ma pretende solo l’arroccamento dell’organizzazione attorno ai gruppi dirigenti.

Eppure oggi come non mai le lavoratrici ed i lavoratori, i precari e i disoccupati, quel 65 % della popolazione il cui reddito non basta più per vivere, avrebbero bisogno di un sindacato che lotti e soffra assieme a loro.

Serve oggi un sindacato di lotta e cambiamento sociale profondamente democratico e totalmente indipendente dagli schieramenti politici. E se per ottenerlo occorre che anche le grandi confederazioni siano colpite dallo tsunami che ha sconvolto il quadro politico, bene che accada.

Il prezzo che il mondo del lavoro paga oggi, anche per la passività sindacale, è troppo pesante e ingiusto per continuare così.

Le elezioni italiane sono un trionfo per la democrazia

7 marzo 2013 redazione 9 commenti

di Simon Jenkins (articolo pubblicato su The Guardian, traduzione di Cesare Del Frate)

Simon Jenkins, giornalista di The Guardian

Sono giorni di gioia! Le elezioni italiane sono state un trionfo per la democrazia. “Nessun Papa, nessun governo, nessun capo politico”, è stato per giorni un tweet virale, che ha salutato l’arrivo a Roma della “politica punk”. Il risultato è un antidoto non solo alla corruzione politica italiana, ma al dogma dell’austerità che oggi tiene l’Europa per la gola. L’unico modo per allentare la presa di questo dogma è il voto. Congratulazioni, Italia! Il più spettacolare vincitore è Beppe Grillo, un fortissimo comico e autore di satira con un messaggio molto chiaro: l’austerità, l’euro e la corruzione sono tutte insieme da condannare per la malattia perdurante dell’Italia. Quando i politici hanno cacciato Grillo dalla TV, lui si è spostato sul suo blog e nelle piazze. Il suo goal sono state le elezioni.

La prima vittima di Grillo è stato il Primo Ministro Mario Monti. Monti è stato messo al comando dalle banche un anno fa per imporre una sofferenza senza limiti all’economia italiana, per blindare l’euro e di conseguenza proteggere i crediti delle banche tedesche e di altri Paesi. Mario Monti, il sodale dei banchieri.

Come la Grecia e senza una moneta sovrana a sopportare lo shock, l’economia italiana doveva essere torturata. E infatti è crollata di almeno 2,4% punti di PIL lo scorso anno, con la disoccupazione oltre il 10%. Monti ha promesso di mantenere l’economia italiana in questa spirale autodistruttiva, senza crescita e sempre meno capace di ripagare i propri debiti. Le future generazioni sarebbero state perennemente incatenate alle banche tedesche. Grillo ha dato voce a queste generazioni. La sua proposta politica più forte e coerente potrebbe essere un referendum sull’euro, ma lasciare l’eurozona è la chiave che apre la porta della prigione.

Pare che per un’intera decade l’Europa debba essere dominata dalle “politiche dell’austerità”, un gioco d’azzardo con l’economia di un intero continente paragonabile a ciò che avvenne negli anni ’20 del ’900. I leader politici (e i rispettivi banchieri) proclamano che l’austerità è la punizione “necessaria” da somministrare ai cittadini europei per consentire ai loro governi di indebitarsi oltre le loro possibilità. Questa linea non consente nessuna crescita per ripagare i debiti, né una svalutazione monetaria per farli diminuire. Il messaggio è: dimenticativi di Keynes, e accettate la medicina, anche se è un veleno.

Pur essendo fuori dalla camicia di forza dell’euro, il Premier della Gran Bretagna George Osborne sostiene che l’austerità non ha confini. Mentre Osborne desertifica i consumi interni e l’economia puntualmente si inabissa, le entrate statali affondano, e il deficit e il debito aumentano. Questo è un classico circolo vizioso. Questi ministri delle finanze sono come sacerdoti aztechi di fronte all’altare. Il sacrificio di sangue fallisce nell’invocare la pioggia, chiedono ancora più sangue.

E’ possibile prendere in giro una sola democrazia per così tanto tempo. L’attuale dogma anti-keynesiano va avanti da quattro anni, e molto semplicemente non sta funzionando. In Grecia e Spagna, la disoccupazione ha raggiunto un impressionante quarto della forza lavoro. La Francia è in difficoltà e persino in Germania il trend ci mostra una crescita in caduta libera.

I leader europei stanno stolidamente portando le loro economie in depressione, condannando forse per sempre la competitività dei rispettivi Paesi con il resto del mondo. E non possono dare la colpa di questo a nessun altro se non a se stessi. Stanno facendo tutto da soli, volontariamente, in cieca sottomissione agli dei della “fiducia dei mercati”, che da tempo li hanno abbandonati.

Chiaramente questi leader dogmatici sono impermeabili a ogni idea alternativa. Anche gli economisti sono, per i governi attuali, ciò che i medici furono per le compagnie di tabacco: utili venditori di pentole fino all’ultima occasione. Il cambiamento verrà soltanto da un “potente colpo alla testa” e da uno strumento adeguato. Quello strumento è il voto.

Se c’è qualcosa che un politico teme più di un banchiere centrale, sono le elezioni. La Grecia lo scorso anno si è fatta sedurre dalla stella dell’anti-austerità, Alexis Tsipras. L’Olanda è fieramente anti-austerità. La Francia ha visto la sinistra anti-austerità cacciare dalla Presidenza Nicola Sarkozy. L’austerità in Spagna è alla mercé dei separatisti catalani. L’Italia ha Grillo, e il Cielo sa cosa potrebbe uscirne.

L’Italia è stata a lungo il Paese straniero più amato in Gran Bretagna. La politica italiana stabilirà un nuovo equilibrio. Se l’Italia sarà fortunata, uscirà dall’euro mettendosi sulla strada della rinascita. Se non sarà fortunata, sarà per sempre schiava dei banchieri dell’eurozona. In ogni caso l’Italia ricorderà il momento decisivo delle elezioni di Febbraio 2013, e lo ricorderemo anche noi inglesi.

Pubblicato su The Guardian, 26 Febbraio 2013 (l’originale qui).

Aspettando i risultati: festa Al Cantunin!

25 febbraio 2013 redazione 3 commenti

E’ stata una campagna elettorale lunga e faticosa… e domani raccoglieremo i frutti di quanto abbiamo seminato.

Lunedì attivisti, candidati e cittadini aspetteranno i risultati elettorali al Bar Al Cantunin, via Mascheroni 52 Pavia, dalle 21.30 in poi.
Abbiamo fatto una campagna dal basso, rifiutando i rimborsi elettorali, congelandoci ai banchetti e passando ore a dialogare con amici e parenti per far conoscere l’alternativa.
I cittadini attivi e consapevoli hanno riempito le Piazze d’Italia, e anche la nostra Piazza Vittoria.
Il cambiamento è iniziato: comunque vada abbiamo già vinto.
Venite e lunedì festeggiamo tutti insieme al Cantunin!!
A domani!
segreteria M5S Pavia
pavia5stelle@gmail.com
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