Orellana sul caso Merck
di Luis Alberto Orellana, cittadino portavoce in Senato
Giovedì 6 di questo mese, per la prima volta, la dirigenza dello stabilimento Merck di Pavia ha incontrato le Istituzioni locali e nazionali a un tavolo di confronto per comunicare la decisione di chiudere o vendere lo stabilimento entro dicembre 2014. La decisione è stata da loro definita “irrevocabile”. Lo stabilimento Merck è insediato a Pavia dal 1961, produce fra l’altro l’antidiabetico Januvia con monopolio mondiale (con brevetto in scadenza, a seconda dei Paesi, fra il 2018 e il 2020). Questo farmaco viene esportato in oltre 90 Paesi nel mondo: come rivendicato dagli stessi dirigenti aziendali, lo stabilimento Merck di Pavia è uno dei “gioielli” del network Merck, all’avanguardia per processi produttivi, innovazione, tecnologie, professionalità. Ha 270 dipendenti, tenendo conto dell’indotto dà lavoro a 400 cittadini.
Se molto Merck ha dato a Pavia e all’Italia, questo è stato un rapporto reciproco. Nello stabilimento Merck lavorano professionalità che si sono formate nel sistema educativo italiano, i brevetti e gli altri diritti proprietari sono tutelati dalle leggi e dalle Istituzioni italiane, la commercializzazione interna ed all’estero dei farmaci prodotti si avvale della rete infrastrutturale e logistica italiana. Lo stabilimento Merck, per oltre 50 anni, ha beneficiato di beni e servizi del mercato pubblico e privato italiano, così come ha beneficiato dell’accesso al mercato farmaceutico italiano, di cui detiene un ragguardevole 5%.
Tale relazione simbiotica fra il territorio e la società produttrice sembra non essere percepita dalla casa madre della multinazionale, la quale, senza previamente aver iniziato un dialogo e un confronto con le parti sociali e con i rappresentanti istituzionali locali e nazionali, ha freddamente comunicato la decisione definita “irrevocabile” di vendere o trasferire all’estero la produzione. Come se non avesse responsabilità sociale, come se non esistesse alcun rapporto col territorio e i cittadini, come se Merck non avesse ricevuto così tanto, per così tanti decenni, dal pavese e dall’Italia. Come se una decisione così capitale, e così drammatica, potesse essere presa ex abrupto al di fuori di qualsiasi confronto con le parti sociali, col territorio, con le Istituzioni. Per il M5S, tale comportamento è semplicemente assurdo e ingiustificabile. Tanto più se consideriamo che lo stabilimento Merck di Pavia non è certo improduttivo, al contrario esporta in 90 Paesi ed è caratterizzato da un alto tasso di innovazione ed efficienza dei processi produttivi, come testimoniato fra l’altro dagli investimenti in loco della stessa società madre negli ultimissimi anni.
La decisione di vendere o delocalizzare ricorda ciò che Papa Francesco chiama la “deformità” della cultura dello “scarto”: citando le sue parole: “La crisi mondiale che tocca la finanza e l’economia sembra mettere in luce le loro deformità e soprattutto la grave carenza della loro prospettiva antropologica, che riduce l’uomo a una sola delle sue esigenze: il consumo. E peggio ancora, oggi l’essere umano è considerato egli stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato questa cultura dello scarto”. I lavoratori dello stabilimento pavese sono forse “usa e getta”? Persone che non vengono nemmeno consultate quando si tratta di prendere decisioni così importanti? Anche le istituzioni locali e nazionali sono “usa e getta”, non meritorie di ascolto e confronto?
Forse alcuni diranno: è la “globalizzazione”. Come se non avessimo responsabilità politiche, morali ed umane. Come se la globalizzazione fosse un destino piovuto dal cielo, e non un sistema di regole, trattati, leggi, che i governi italiani e non solo hanno sottoscritto, istituito, creato, alimentato. Forse oggi è il momento in cui dovremmo chiederci quale globalizzazione vogliamo, se vogliamo una globalizzazione delle culture e della fratellanza fra i popoli o una globalizzazione fondata sull’idolatria dei mercati e dei profitti e sulla riduzione degli esseri umani a “scarti” residuali, come ci ricorda Papa Francesco.
Fatte queste considerazioni, non possiamo credere, o permettere, che le decisioni “irrevocabili” della dirigenza Merck rischino di schiantare la vita di 400 lavoratori nonché il tessuto economico, produttivo e sociale del pavese e dell’Italia, dato che lo stabilimento Merck pavese è l’ultimo rimasto nel nostro Paese.
Chiediamo come M5S che il Governo convochi al più presto la dirigenza Merck: non solo quella nazionale, che non ha il potere di cambiare queste decisioni, ma la dirigenza della multinazionale stessa, come di recente ha fatto ad esempio con i vertici Fiat. Il Governo ha l’autorità e la possibilità di chiedere la revoca della decisione di vendere o delocalizzare lo stabilimento, trattando per scongiurare questo scenario. Affinché sia una trattativa vera, e non di facciata, il Governo deve mettere sul tavolo tutte le opzioni in modo forte e autorevole: dalla vendita dello stabilimento a soggetti privati mantenendo gli attuali livelli occupazionali e produttivi, tramite un accordo che consenta la produzione di Januvia in loco e la distribuzione tramite la rete commerciale internazionale di Merck, fino alla nazionalizzazione dello stabilimento ricorrendo, facciamo un’ipotesi, alla Cassa Depositi e Prestiti. Il Governo italiano ha tutti gli strumenti e l’autorevolezza per garantire la permanenza dello stabilimento produttivo in loco, sia che la proprietà rimanga la medesima sia che venga ceduta ad altri privati sia, infine, che venga rilevata dallo Stato.
Inoltre ho chiesto, quale rappresentante istituzionale eletto sul territorio, di essere reso partecipe dell’istituendo tavolo di trattative MiSE. Chiediamo, come M5S, che oltre il tavolo di trattative MiSE venga reso operativo anche un tavolo di trattative regionale per consentire alle Istituzioni di attivare gli ammortizzatori sociali di rispettiva competenza, nel caso sia necessario.
Quella che il Premio Nobel Joseph Stiglitz ha definito “l’assurda religione per cui i mercati hanno sempre ragione” deve finire: la Repubblica italiana ha precisi obblighi e doveri nei confronti dei suoi cittadini. Come recitano l’articolo 41 della Costituzione: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”, e 35: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le se sue forme e applicazioni”. La Costituzione deve essere applicata, il lavoro e la produzione devono essere tutelati e indirizzati a fini sociali: non ci aspettiamo nulla di più e nulla di meno nell’affrontare il caso Merck di Pavia.




















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