Le due città e le elezioni (1)
di Irene Campari
Ci sono differenze sostanziali nelle prossime elezioni amministrative rispetto alle precedenti. E’ importante che si chiariscano prima dei programmi. In quattro anni di attività amministrativa e due anni di gestione di questo blog, mi si è palesata l’esistenza non di una bensì di due città. La prima è quella che si vede e si giudica, definita dall’ex Presidente della Repubblica Ciampi come insoddisfatta di sé e che non crede in se stessa. Quella dell’assuefazione e dell’arrendevolezza, del’occultamento del bisogno, del pendolarismo, del benessere autentico, dell’apparente quiete, del perbenismo: quella sempre al 60° posto nelle classifiche della qualità della vita nelle città italiane. La seconda città è invece sconosciuta alla maggioranza dei cittadini. Costituita da diversi piani e frammenti eterogeni, ha una vita propria che scorre al di sotto o al di sopra della prima senza che questa se ne avveda. Anzi, Pavia è così com’è proprio perchè la città visibile è mantenuta a debita distanza da quella invisibile. A produrre distanza tra le due città sono la politica, che si muove tra l’una e i diversi frammenti dell’altra subendo l’attrazione forte per quest’ultimi, la pessima mediazione politica tramite la quale “le eccellenze” hanno impostato il rapporto con la cittadinanza, gli scudi protettivi alzati dalle oligarchie, l’informazione standardizzata, il vuoto di partecipazione sociale, il timore di veder legata Pavia a contesti nazionali e internazionali non per le eccellenze ma per il malcostume e la criminalità. Per habitus consolidato, anche quando spezzoni della società civile sanno, preferiscono omissione e rimozione, con danni profondi alla dimensione morale, sociale, culturale ed economica della città. Le stesse oligarchie non avrebbero potuto essere ciò che sono senza quest’implicito silenzio. Ciò che faceva comodo liquidare come storia, si è scoperto essere faccenda ben viva, come l’ex Necchi o l’ex Snia. Si è capito che la quantità e la qualità del lavoro migrato nel milanese o la gestione economica degli spazi rimasti solo potenzialmente produttivi, erano il risultato di una volontà politica succube di interessi immobiliari. E’ questa consapevolezza che deve stare alla base di qualsiasi accordo di nuova coalizione o di lista civica, con più di uno sguardo all’intero mondo di cui siamo parte. Avendo chiari i presupposti, vien più facile immaginare quale forza occorrerà predisporre. Se l’obiettivo della società civile è considerare separatamente gli interessi di categorie, non c’è alcun bisogno di “coalizioni”, sono sufficienti liste di pensionati per i pensionati, di ambientalisti per la propaganda nelle scuole, di casalinghe per la politica dei tempi inesistenti, di massoni per gli affari loro. Ognun per sé, ma il contesto di una città in declino economico, occupazionale, culturale e sociale sfuggirà ancora una volta alla politica. Rimarrà forse la finanza bancaria a reggere la baracca, con l’eventualità che sarà questa a decidere nei prossimi anni cosa ne sarà di Pavia e del ruolo nell’Expo2015, con il rischio di avere una classe dirigente che non badi ai benefici per tutti ma ai profitti per pochi. La nuova amministrazione dovrà avviare il Piano di Governo del Territorio e quello dei servizi; riorganizzare il Quartiere Ovest e la ricettività in vista dell’apertura del Cnao che richiamerà migliaia di pazienti; produrre un Piano industriale di Asm cruciale per acqua e igiene urbana, sottoposti al rischio di privatizzazioni incontrollabili; risanamento delle aree dismesse con nuove contrattazioni con le proprietà impostando definitivamente una cultura della legalità per le bonifiche; gestire i finanziamenti dell’Expo2015 il cui tema è “Nutrire il pianeta” improntandovi nuove politiche energetiche cittadine piuttosto che asfissianti infrastutture; ridare vigore alla Cultura recuperando visibilità per i beni storico-artistici, evitando l’estrema commercializzazione, usando la cultura per valutare la preziosità del suolo interrompendone il consumo residenziale. Da come si affronteranno quei temi si deciderà della quota di risorse da destinare alla rete di protezione sociale da ricostruire ex novo, per i radicati e per chi accogliamo.
Dovrebbe vincere chi saprà meglio interpretare coerentemente e tramite un unico disegno ciò che c’è in gioco, mantenendo ben saldo l’obiettivo dell’interesse pubblico affinchè quell’unico disegno non sia ancora quello dei soliti noti e innominabili. Mi auguro altresì che partecipi alla competizione chi saprà portare allo scoperto e far parlare le anime positive di quelle due città che non si conoscono.
Le due città e le elezioni (2)
Il primo intervento ha riguardato la presenza a Pavia di due città che non interagiscono: una decide, l’altra vive di conseguenza. E’ da molto tempo così. Non è detto che debba continuare ad esserlo. Il Direttore de “La provincia pavese” Fiorani, sabato 21 febbraio, ha scritto che ciò che manca è la Politica, aggiungerei anche la qualità della Politica. Giorgio Boatti il giorno successivo rincara allargando alla provincia. Definirei entrambi interventi di “politica territoriale”. E’ questa che dovrà connotare le prossime elezioni amministrative. Sulla nostra pelle abbiamo provato che un battito d’ali nella foresta amazzonica provoca terremoti in pianura padana. Tante piccole casette negli Stati Uniti di cui i cittadini volevano diventare proprietari si sono trasformate in una valanga catastrofica per la finanza globale. Non si sono salvati nemmeno i truffatori, che la crisi ha costretto ad uscire allo scoperto, e nemmeno i nostri piccoli bond. Mai come ora è evidente il legame dei tanti scalini della globalità sui quali si riverberano con diversa, ma sempre deflagrante risonanza, i processi di crescita, stagnazione, recessione o depressione. L’Italia è borderline tra quest’ultime. Le tante casette costruire qui, che hanno rimpolpato qualche cassa comunale, sono solo casette, non una comunità stabile e solida per rifondare la quale occorre ben altro. E ora, quegli incassi dovranno essere trasferiti ai servizi sociali o al microcredito per far fronte alle potenziali, perduranti o temporanee indigenze.
Politica territoriale
Non è fin qui mancata, ma è stata pessima. Da cinque anni sta trasformando il pavese in un enorme magazzino automatizzato collegato da tir che cercano di divincolarsi nelle rotonde che segnano tutta la rete viaria. Le logistiche, benedette dalla Regione Lombardia nel 2001, sono ora a Pavia, Landriano, Marzano, Pieve, Corteolona, Belgioioso, Miradolo, Santa Cristina, Arena Po, Bascapè, l’area dell’argine del Po verso Voghera, Binasco, per non parlare del vicino milanese e di ciò che è previsto in Lomellina, tra Bressana e Mortara. Ogni Comune fa a sé, ogni Sindaco guarda al respiro del proprio mandato. Quelli che non hanno dato alla logistica, hanno concesso alle residenze e ora aspettano i dovuti centri commerciali. Alcuni Comuni si sono ingranditi fino a mutare morfologia aggiungendo villette a villette: Pavia, Albuzzano, Cura Carpignano, San Genesio, Torre D’Isola, per esempio. Ogni Conferenza dei Servizi decide per un insediamento alla volta, un Comune alla volta. E ogni Comune va alle contrattazioni con i Gruppi privati con la forza che ha: prossima allo zero. I Grandi Gruppi fanno il loro mestiere. Del resto se non c’è un controllo sulle proprietà che comprano i terreni e gli immobili dismessi, se non c’è capacità degli amministratori di informarsi, e forza per fermarsi e decidere ciò che sia meglio, se non c’è volontà forte di consultazione tra i politici e i cittadini sul futuro ad ampio spettro territoriale, dobbiamo soccombere alla confusione tra Politica territoriale autentica e piccole volontà delle segreterie provinciali dei partiti. Se ciascuno si redige il proprio Pgt secondo la visione limitata e contingente del proprio piccolo mondo…
Ha pesato molto nel danno al territorio pavese la trasversalità degli interessi politici tra centrodestra e centrosinistra. L’opposizione a certi insediamenti è venuta non dalle forze politiche quanto dai comitati di cittadini, spesso soli a cercar di far comprendere che quella direzione era sbagliata. La Broni-Mortara è eloquente. Votata da una Giunta di centrosinistra di Pavia, città capoluogo, e da tutti i Comuni amministrati dal centrodestra. Voluta dalla Regione Lombardia del centrodestra e allungata fino a Stroppiana dalla Regione Piemonte del centrosinistra.
A cosa serviamo
All’area del milanese non serve una città di medie dimensioni che approfitti delle proprie eccellenze per costruire un’economia della conoscenza e dell’immateriale cognitivo-tecnologico e scientifico, piuttosto mira quell’economia a tenersela per sé, preferendo avere come vicina un mucchio di casette carine dove dormono i suoi pendolari, con un centro bello e antico ma senza servizi, poichè è a Milano e nell’hinterland che si fa shopping e si va al cinema. In più, essendo già una metropoli intasata, i capannoni dove si stoccano merci per i suoi centri commerciali e parchi del commercio, è preferibile che si insedino qui. Gran parte dei proprietari che hanno acquisito grandi aree nel pavese per logistiche o per residenze sono di Milano o con società a Milano. Anche le banche a cui appartengono i tanti sportelli che incessantemente aprono. Normale, penserete. Perchè normale? Perchè non vengono ad insediare qui qualche centro di produzione di alta tecnologia ambientale? Perchè a Pavia non c’è una concorrenza ad alto livello? Perchè, avendo a disposizione aree dismesse, preferiscono occupare altro territorio e suolo, preferendo nelle prime passive costruzioni “di pregio”? Il Piano degli insediamenti produttivi del Comune di Pavia è stato un flop. Al Bivio Vela i capannoni occupano tanto spazio non perchè ci siano tanti lavoratori, ma perchè c’è (o c’era) merce da stoccare. Ma i magazzini automatizzati richiedono per la gestione un numero veramente basso di maestranze. E quando i consumi calano, si svuotano anche gli scaffali e si troncano i contratti interinali. In Provincia di Pavia sono migliaia i contratti a termine recisi o in vista di recissione. Nessuno è così sciocco da pensare all’autarchia assoluta. Non si tratta di impedire che si radichino interessi esterni, si tratta di tenere d’occhio ciò che si vuole dalla nostra terra e quindi saper scegliere a chi dar credito e a chi no. E’ questo il compito della classe politica. Quella pavese non ha saputo nemmeno sventare la speculazione sugli edifici del Carrefour: hanno venduto la galleria commerciale per 75 milioni di euro una settimana dopo l’inaugurazione. Eppure i documenti che attestavano l’interesse immobiliare su quell’insediamento erano reperibili in rete. In questo senso le amministrazioni deboli fanno più danni alla città dei Gruppi forti. Nel caso del Carrefour alla Vigentina, chi ha acquistato la Galleria, ha dichiarato di aver considerato il “bacino di utenza”, la posizione, la tangenziale ecc. Ossia ha considerato “un’area”, un concetto che invece sfugge sempre agli amministratori locali se non per le spartizioni di settori di competenza partitica o politica.
La classe politica
La Politica per essere tale deve conoscere fino in fondo il contesto dove opera e opererà. Non solo. Deve trasmettere questa conoscenza ai cittadini, in trasparenza, in onestà, affinchè possano decidere se partecipare di quelle scelte od opporvisi, o semplicemente fregarsene, ma a ragion veduta. Banale? Paradossalmente, nei tempi bui del nostro presente, quella conoscenza è invece il fattore più difficile da acquisire, anche da chi, istituzionalmente, lo dovrebbe fare. E la sua mancanza inficia la democrazia, si vota e si decide per “pregiudizio” o per partito preso, e proprio per questo non ci si sente responsabili di ciò che si fa e di ciò che non si dice. Ciò che ho sperimentato in questi anni di attività politica lo prova. La conoscenza era deviata verso la propaganda, l’informazione era spesso negata, dilazionata, parziale, filtrata e le decisioni imposte. Chiedere conto fino in fondo dei percorsi decisionali, degli assetti finanziari ed economici, delle proprietà, dell’identità degli amministratori, era un incubo, fino a ritrovarmi a chiedere a me stessa, sbalordita, se fossero possibili comportamenti del genere, arrivati a ingenerare sospetti inesprimibili di fronte all’arroccamento e all’aggressività di chi governava. Ma com’è possibile prendere decisioni e deliberare senza conoscere a fondo gli assetti urbani e finanziari, gli interessi economici sul territorio, le società che gestiscono la cosa pubblica, i nomi degli amministratori pubblici, i gruppi di pressione? Eppure, chi vuol fare l’amministratore partendo dalla conoscenza reale, ed esigendo tale conoscenza a chi ne è in possesso e la deve ai cittadini, ha tutt’altro che vita facile. Nemmeno fare opposizione alle dimostrazioni di inciviltà è stato privo conseguenze. Ciò che credevo fosse un luogo di democrazia, il Consiglio comunale, si era trasformato in un luogo di minaccia di querela e di querela, dove chiedere i nomi degli amministratori di società pubbliche diventava penoso quanto, mi immagino, il richiedere i nomi di appartenenti a sette segrete, come se non fosse invece ovvio il dichiararli tout court; quanto chiedere conto di bambini abbondonati a se stessi e senza istruzione dava la stessa sensazione dell’allungare la mani alla bocca aperta di un coccodrillo, quanto fare i nomi di chi ci avrebbe guadagnato o perso con l’approvazione di certe delibere diventava un esporsi degno di san Sebastiano. Questo lo definisco autoritarismo e oscurantismo, e non si è mai visto in Italia un autoritarismo durare troppo a lungo. Se un’opposizione c’è – in questo caso più qualitativa che quantitativa – a prescindere dalla protervia di chi governa, prima o poi ha la meglio. Questo è il problema nazionale. Il Pd non ha fatto opposizione, non ha garantito di fatto la dinamica democratica, e si è sfasciato. A Pavia, a sua volta, la maggioranza Pd non tollerando che solo a parole l’opposizione politica vera, alla fine è rimasta vittima dello stesso male.
Mente locale
Giorgio Boatti scrive il 22 febbraio che non si è fatta ancora un’analisi adeguata del disastro capitelliano. Forse intendeva “autocritica”. Vergognosamente, coloro i quali hanno collaborato al disastro si presentano ancora come i portatori dell’”idea di città”, del “progetto per il futuro e per lo sviluppo”, dei mattatori contro “i poteri forti”. Di analisi del disastro ne ho offerte, a mio rischio, ogni giorno. Si sono afflosciati sui loro stessi piedi, gli unici che riuscivano a vedere, tanto era lunga la loro vista. Antidemocratici, chiusi in interessi incrociati, arroccati nei feudi assessorili, senza grandi idee né sogni per noi, cultura e preparazione non all’altezza del momento, non tempestivi quindi nel capire ciò che ci stava attendendo, proni alla politica delle segreterie nazionali del partito democratico, prolungatosi altrimenti in quello che pamphlet autorevoli hanno definito “il partito del cemento”. Avvizziti sulla mancanza di comunicazione sincera e trasparente, nel disamore per una città che hanno allora trascurato, anche nei dettagli, nell’aver perso di vista l’essenza del Comune come luogo in cui si palesano bisogni e istanze dei cittadini tutti, piuttosto che quello di contrattazione verso il basso dei beni pubblici e disponibili ad alcuni privati. Hanno, inoltre e con questo, approfondito il solco tra le due città, invece di farle incontrare a vantaggio di quella della quotidianità, che vive di stipendi normali, che non può decidere nulla, che osserva i prezzi al supermercato, che fa la fila alla posta per prendere la pensione, che non va alle inaugurazioni del Festival dei saperi tanto le sedie sono tutte occupate dalle autorità, che fa i conti per pagare i buoni mensa ai figli, che respira Co2, che non ha più consultori, che si ritrova piazze intitolate a santi e Papi mentre l’”8 Marzo” è una via che costeggia il cimitero di san Giovannino, che non ha lavoro da offrire, nemmeno dove l’avevano promesso, ma un ex Sindaco che dichiara in Consiglio comunale, di fronte alle categorie sociali, che nulla i suoi membri hanno da dire di interessante a proposito, che emette ordinanze contro chi beve birra e sporca i gradini del Duomo mentre non fa raccolta differenziata da anni. Lo stesso ex Sindaco che dichiara durante il discorso di San Siro, poco meno di due mesi prima di mandarla a casa, che Pavia è un’isola felice nel mondo in crisi. Si può anche far finta che tutto vada bene, ma non si può chiedere a 71mila cittadini di bersela. Anche alla città in ombra sarà sembrato troppo.
Le due città e le elezioni (3)
Leggendo la rassegna stampa di questa mattina c’è un aspetto che salta agli occhi: l’uso, legittimo, che la stampa settimanale fa delle posizioni di chi ha espresso interesse per le liste civiche e rischia di essere strumentalizzato per dividere. Noi teniamo duro, rafforziamo lo stomaco e andiamo avanti. Cerchiamo di non lasciarci usare da coloro che temendo le liste civiche di sinistra o trasversali non possono far altro che soffiare sul fuoco di polemiche, mettere in atto quel “divide et impera”, dove, se riuscisse, ad imperare sarebbero coloro i quali di principi fondati e fondanti ne hanno ben pochi. Se i programmi si costruiscono con gli alleati, le proposte si sottopongo ai potenziali associati e interessati, l’identità dei progetti politici invece non si inventano ad una settimana dall’inizio della campagna elettorale, ma sono palesi dal lavoro svolto in anni di attività politica resistente e senza cedimenti. Una storia ormai l’abbiamo, ed è storia di diversità, concretezza e riflessione, pubbliche. Nasconderla o sminuirla sarà un po’ difficile, ma in certi frangenti ognun fa quel che crede sia utile per sè. Si sa, in campagna elettorale qualunque candidato potrà dire o lasciar dire di aver fatto ciò che invece ha solo sentito dire standosene al caldo a casa propria, personalmente ho già vissuto questo nel 2005 e mi sono già preparata a viverlo ancora. Il senso morale si basa infatti solo su se stesso, mentre il cinismo e il machiavellismo purtroppo hanno una tradizione trascendente e tanti saranno disposti, mentre li negano a parole, a farne armi durante le campagne elettorali, come se queste fossero un limbo dove tutto è permesso. In politica etica i mezzi contano quanto i fini, e soprattutto le persone non possono essere mezzi o strumenti. Il nostro progetto politico lo offriamo tutti i giorni attraverso il lavoro intenso e totalizzante su questo blog che secondo le convenienze è disprezzato o immiserito, ma molto visitato. Oggi stiamo superando il numero di pagine viste mensili e tra un po’ si fermerà il contatore. Non avremo l’autorevolezza della carta stampata ma anche questa ci legge tutti i giorni. Chi sta lavorando da due anni a questo blog, ha combattutto senza delegare, informando, e in prima persona tutte le battaglie dentro e fuori il Consiglio comunale (purtroppo o per fortuna tutto documentato): contro il razzismo, contro le speculazioni immobiliari, facendo per primo i nomi di innominabili e inchieste, per le bonifiche fatte come si deve, per l’antimafia, contro le speculazioni finanziarie, contro il brutto e l’inciviltà offrendo una visione cosmopolita delle relazioni, traducendo per tutti testi altrimenti inaccessibili. La poltrona sulla quale siamo seduti è una sedia davanti ad un computer che alla collettività non costa nulla, nemmeno un euro per il quotidiano. Finora siamo stati un organo di dissenso informato, fondamentale in democrazia, assumendoci rischi e responsabilità di ciò che abbiamo scritto. Non prenderemo ad altri quello che è loro, non ne abbiamo bisogno. Ci basta ciò che abbiamo fatto noi e non abbiamo nemmeno intenzione di manipolarlo in vista di qualche voto in più o in meno. La solidità la dimostriamo tutti i giorni stando qui, sempre, nonostante le diffide, le querele e i tentativi di indebolirci o di costringerci alla chiusura. I nostri programmi, tanto per cominciare: 1. costituire una forte rete di sostegno sociale sulla base dei diritti e della giustizia sociale e del concetto autentico di “pari opportunità”, 2. riassorbire il più possibile insieme alle parti sociali la precarietà del lavoro, 3. rafforzare il piccolo commercio e la piccola imprenditoria ricostituendo una condizione di vera concorrenza nel mercato affrontando anche a viso aperto i grandi gruppi, 4. ricostruire il senso di comunità tramite azioni che coinvolgano il linguaggio, le culture, i minimi statuti morali, 5. concorrere a costituire entità sovracomunali e di area per la progettazione di un destino sostenibile e comune nell’area provinciale, 6. concorrere a rimettere in circolo la liquidità delle banche ben presenti a Pavia con progetti solidi, 7. rimettere in movimento, dopo anni di annichilimento, l’intraprendenza giovanile, 8. rendere la città vivibile pienamente dagli anziani costituendo percorsi che favoriscano la mobilità cittadina e i ritrovi, 9. concentrarsi sui quartieri periferici affinchè non si trasformino solo in spazi tra svincoli di tangenziali, 10. Accogliere il lavoro femminile di sostegno ai nostri anziani in modo integrato creando spazi di sostegno nei periodi di inattività, 11. riprogettare nei limiti del possibile le aree dismesse insieme alle proprietà in vista dei principi della tutela ambientale e del senso di comunità, 12. Imporre alle aziende l’impatto zero, 13. un nuovo piano di Asm che rispetti i dettami di rispetto dell’ambiente e del principio della gestione pubblica dei servizi pubblici e beni comuni, 14. riservare alla cittadinanza luoghi di ritrovo per manifestazioni e spettacoli degni di una città di medie dimensioni, 15. fare della raccolta differenziata non solo un principio pratico indifferibile ma anche un mezzo per ripianare certi debiti delle aziende pubbliche, 16. rivalutare il patrimonio artistico millenario collocando Pavia nel circuito delle città d’Arte. 17. Non vendere le quote della Milano-Serravalle o aspettare che la valutazione salga, 18. Contrattare il ruolo di Pavia nei programmi dell’Expo2015 con tutte le entità che si sono create all’uopo e pretendere che la città sia il luogo dove si proporranno programmi credibili per “nutrire il pianeta” e per “un’energia nuova”, 20. Richiamare a Pavia le imprese che producono alta tecnologia – andandole a cercare – e che non sono invasive per l’ambiente e rivedere il Piano degli insediamenti produttivi, 21. arginare la presenza dei grandi centri commerciali, 22. rivedere il piano parcheggi, 23. predisporre un humus affinchè si crei una vera contrattazione tra le proprietà dei suoli, i progetti in itinere o in divenire, le rappresentanze pubbliche, 24. rafforzare le politiche di sostegno alle donne e al lavoro femminile in vista della riforma Gelmini che costringerà molte donne a casa o a limitare il tempo di lavoro, 25. Riinserire Pavia nei circuiti dei progetti europei di cooperazione in collaborazione con le Università, 26. Rivedere alla radice i rapporti con i centri di “eccellenza” affinchè la collettività (la polis) non esca da queste relazioni sempre come la serva sciocca. 27. Creare un luogo istituzionale in cui si possano trovare delle regole al business degli affitti per gli studenti, 28. Controllare l’effettiva consistenza dell’abusivismo edilizio e affrontarlo con l’Agenzia del Territorio, 29. Far sì che i settori specifici del Comune siano messi in condizione di controllare le effettive proprietà dei suoli e di chi richiede licenze edilizie al fine di impedire il radicamento di interessi della criminalità organizzata, 30. Portare (come ho già proposto) al 30% la quota di edilizia popolare per aree di trasformazione superiori o uguali a 100mila mq, 31. Ricostruire le biblioteche di quartiere e scolastiche (i genitori fanno fatica ad acquistare i libri ai figli). 32. Modificare in senso attuale l’aggregazione di competenze degli assessorati rispetto ai programmi, 33. Considerare la cultura anche come settore “produttivo” ed agire di conseguenza a livello interregionale, 34. Trasformare il Polo tecnologico in Consorzio sul modello delle Città ricerca, 34. Far vincere la legalità…. Solo per fare qualche esempio.
Le due città e le elezioni (4)
Cosa potrebbe succedere se nel contesto politico, e quindi pubblico, venissero esibiti, senza consenso, aspetti privati? O non ci si facesse scrupolo di usare le infinite modulazioni della comunicazione privata al fine di colpire l’avversario o il bersaglio del momento? Siamo in un ambito che va oltre “il fine giustifica i mezzi”, poichè in quel caso l’azione politica non si fermerebbe prima della linea che nettamente deve demarcare la sfera privata. Cosa verrebbe deformato del contesto politico se non si facesse più differenza tra ciò che è privato, anche se riguarda la comunicazione interpersonale politica, e ciò che è pubblico e le incursioni nel primo e nella vita professionale venissero tacitamente considerate legittime? E’ un argomento che come l’esibizione mediatica della vita privata, vera o presunta, apparente o concreta, riguarda l’intimo senso di vergogna, il pudore, l’onestà dell’agire, il timore, la qualità della vita e delle relazioni. In una parola, l’etica. Politicamente, è tema che potrebbe portare molto lontano. Non se ne avvede ancora chiaramente all’orizzonte il pericolo in una città discreta come Pavia, tuttavia affrontarlo prima dell’inizio pieno della campagna elettorale è importante, affinchè certi atteggiamenti non trovino legittimazione. Hannah Arendt nel saggio sulle origini del totalitarismo indica nell’uso, strumentale di controllo e di terrore, degli aspetti privati della vita dei cittadini uno dei caratteri salienti dei regimi totalizzanti. Gli atteggiamenti e le inclinazioni totalitarie, che derivino da integralismo confessionale o ideologico – tendono a utilizzare il privato delle persone contro le stesse, per fini di controllo e assoggettamento. Confidenze, corrispondenza, relazioni, confessioni, il lasciarsi andare, smozziconi di discorsi, tutto ciò che si dice in un’atmosfera di fiducia vengono rese pubbliche, decontestualizzate, o si minaccia che possan diventare tali. Ciò ha il duplice scopo di ingenerare insicurezza profonda e angoscia nelle persone delle quali si vuol ottenere controllo, alimentando un clima di sospetto con lo scopo di isolare gli individui, ridurli all’inazione e all’impasse, se non a scelte che non condividono. Qualunque cosa essi dicano o facciano, o abbiano detto o fatto, viene manipolato e interpretato per indebolire psicologicamente e far arretrare. Anche solo l’avvertimento che quello possa succedere produce effetti deleteri. Le personalità autenticamente democratiche devono sempre trovare in sé quel limite e renderlo invalicabile da altri o imporselo come tale nei confronti degli altri. Non esiste democrazia autentica ove non sussista la fondante fiducia e garanzia sul fatto che la dimensione privata e intima – e in questa sta anche l’identità personale – sarà mantenuta nella discrezione e non sarà violata. Il conflitto e il confronto politici possono anche (a volte devono) essere duri e aspri, mai però dovrebbero ingenerare il timore che tutta la vita rischi l’esposizione pubblica o viva l’intimidazione di diventare tale o essere stravolta. E’, infatti, imbarazzante opporre alle mistificazioni verità che sono otto gli occhi di tutti. Il ribadirle è umiliante, come dover dichiarare che si è una donna quando si è una donna. L’umiliazione pubblica fa parte del bagaglio della politica d’accatto e di cascame autoritario, come la costrizione alla riconferma pubblica della propria integrità. Nessuno dev’essere umiliato. Se così fosse, ne sarebbe intaccata irrimediabilmente la libertà di espressione, e sollecitata l’autocensura; solamente coloro che son abili a fronteggiare con pari cinismo e arroganza avrebbero la forza di esporsi. La Politica non può sempre godere dell’extraterritorilità rispetto al fair play, all’educazione e alla civiltà, un luogo dove si inducono al silenzio i nonviolenti o si rinvia al Tribunale il raccolto della semina. L’educazione non può essere sempre scambiata per ipocrisia. Le scelte vanno rispettate, magari contestate, ma rispettate. Tanto più se queste scelte non sono dettate da opportunismo, interessi e profitti personali o clientelari.
In questa città, dove da anni se ne muovono parallelamente due, non si dovrebbe nemmeno profilare all’orizzonte il pericolo dell’esistenza di una città sommersa e forte che decide e una parte di quella emersa sbalordita di fronte all’aggressività e impulsività della nonragione, e al timore di veder infranta sempre e comunque la fiducia accordata, anche solo per un momento, al prossimo. Sta al senso di pudore e alla dimensione etica di ciascuno impedire che ciò avvenga. Lo sforzo non è minimale, il risultato sarà per tutti.
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