«Subito incontri con le banche»
Intervista a Irene Campari
PAVIA. Irene Campari è stata per alcuni anni la spina nel fianco della giunta Capitelli. Dal blog del circolo Pasolini, fondato insieme a Giovanni Giovannetti, ha lanciato accuse anche molto pesanti alla passata amministrazione. Eletta con Rifondazione comunista, Campari è ben presto passata al gruppo indipendente e i suoi duelli in consiglio comunale con Piera Capitelli sono passati alla storia. Caduta la giunta, Campari e Giovannetti hanno preso strade diverse. Lei ha stretto alleanza con gli iscritti al meetup di Beppe Grillo. E con loro si presenta, da candidato sindaco, alla guida di “Cittadini in Comune”.
Parlando di lavoro, quasi tutti i candidati citano le eccellenze di Università e San Matteo. Ma il rilancio di Pavia deve passare per forza attraverso questa via?
«Il lavoro che queste eccellenze possono offrire è il pubblico impiego. Io credo sia necessario puntare su una terza eccellenza, creando un tessuto imprenditoriale sulla base delle nuove tecnologie e di un nuovo concetto di concorrenza».
L’ex assessore Bengiovanni continua a evocare il caso-Carrefour. Lei lo ha seguito con attenzione: cosa è accaduto?
«Il Comune ha rinunciato a più di quattro milioni di benefici dopo che il parcheggio del centro commerciale è stato dichiarato di interscambio (quindi di utilità pubblica ndr). Ciò è assurdo perchè il parcheggio è troppo esterno alla città. Bengiovanni dovrebbe sapere tutto perchè era in giunta. L’operazione non è servita alla città, non ha creato occupazione e ha dato l’impressione ai gruppi multinazionali che Pavia possa essere terreno fertile per operazioni immobiliari».
Nella sua campagna elettorale, che Pavia ha trovato?
«Una Pavia disorientata, che ha perso qualsiasi punto di riferimento, tanto che c’è una tendenza a concentrare l’attenzione su sè stessi. Serve una visione d’insieme, a cui collaborino tutti, magari lasciando da parte gli interessi particolari. La città è consapevole che siamo a una svolta, ma non sa ancora darle un volto».
Lei ha contribuito a far cadere la giunta Capitelli. Quando firmò le dimissioni, non pose sul piatto della bilancia la fine della legislatura o l’eventuale vittoria del centrodestra?
«La decisione non fu un calcolo politico sul futuro, ma sul passato. La giunta Capitelli non rappresentava più la città. Inoltre il 6 febbraio sarebbe stato presentato il piano industriale di Asm con la privatizzazione dell’acqua. Perpetrare quello stato era più pericoloso che affrontare il rischio delle elezioni».
Lei si è battuta a fianco dei rom. Oggi, in piazza della Vittoria, bimbi rom vengono usati per chiedere l’elemosina. Una sconfitta delle istituzioni o c’è altro?
«Quei bambini vengono dagli sgomberi di Milano. Io credo vi sia stata l’incapacità delle istituzioni di farsi carico del diritto all’istruzione dei bambini, ma anche di garantire maggiori diritti agli adulti. Se una società nega il diritto di andare a scuola dei bambini, immaginiamoci quanti ostacoli possa porre agli adulti in cerca di un lavoro».
Immaginiamo che lei abbia il compito di fissare i primi appuntamenti sull’agenda del sindaco. Cosa annoterebbe?
«Subito un incontro con il sistema del credito cittadino. A dicembre, in commissione servizi sociali, avevo chiesto di organizzare una riunione con le banche. Un esponente della giunta mi disse che non era possibile. Se siamo la sesta città italiana per depositi bancari, credo che un’amministrazione comunale debba lavorare perchè si rimettano in circolo risorse a favore del tessuto produttivo»
Come ha vissuto l’alleanza con i sostenitori di Grillo?
«L’interazione reciproca è stata proficua. Poi, la venuta di Grillo a Pavia mi ha permesso di comunicare con migliaia di persone».
Lei difese il comandante Giurato e avversò le ordinanze della Capitelli. Il regolamento di polizia urbana di Giurato, però, è ancora più rigido.
«Io difesi il dirigente e la mia opinione non cambia, nemmeno a fronte di un regolamento per me è inaccettabile, ma che può essere modificato».
Fabrizio Merli, “La Provincia pavese”, 31 maggio 2009
[Foto di Daniele Cavallotti]





La Strage di Capaci (chiamato in siciliano “l’attentatuni”) fu un attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci (ma in territorio del comune di Isola delle Femmine) e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.



Commenti recenti