Acqua privata a Pavia e provincia

Dal meetup di Voghera….
La privatizzazione nella nostra provincia è ormai imminente.
Nella provincia di Pavia ci stiamo organizzando per creare un comitato indipenente contro la privatizzazione dell’acqua:
“Gli abitanti dei 190 comuni della provincia di Pavia, senza alcuna distinzione politica, chiedono che i servizi di erogazione idrica della nostra provincia restino alle ASM locali, evitando il rischio di concedere
in regime di monopolio la gestione di un bene prezioso e di cui non possiamo fare a meno, come l’acqua”.
——————–
ECOLOGIA · Nel pavese la prima gara pubblica per privatizzare l acqua
Le mani di Veolia & Co. sull «oro blu» di Pavia
L’ATO di Pavia, secondo Il Sole 24 Ore , non perde occasione per dimostrare di essere «più realista del re» nelle scelte di liberalizzazione dell’acqua. Così, detto e fatto, il 20 ottobre scorso ha pubblicato il bando della prima e finora unica in Italia, gara pubblica europea che sceglierà il futuro gestore dell’erogazione del servizio idrico per 10 anni, con offerte da presentare entro il 18 gennaio prossimo ed apertura delle buste il 29!
Una vera e propria corsa che anticipa anche la normativa contenuta nel decreto governativo 135 – approvato a settembre ed in attesa della prevedibile conversione in legge entro il 24 novembre – che, secondo il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, punta a consegnare dal 2011, l’acqua potabile del rubinetto agli interessi delle grandi multinazionali, facendone il nuovo business per privati e banche (www.acquabenecomune.org).
L’ATO pavese – provincia e 190 comuni riuniti in forma consortile, con oltre 520 mila abitanti su quasi 3.000 kmq di territorio – tre anni fa divenne «pilota», con adesione entusiastica ad un Protocollo d’intesa con il Pirellone, che assumeva il modello regionale di separazione tra gestione reti/impianti ed erogazione del servizio.
Alle spalle la scelta della giunta Formigoni con la legge 18/2006, che anticipava la filosofia dell’attuale governo sull’acqua come merce da lanciare sul mercato, e l’individuazione del pavese come zona sicura per fare passare le proprie ricette.
Il percorso è stato però sbarrato dalla mobilitazione di molte associazioni locali e regionali, con raccolta firme e iniziative, per un referendum contro la legge. Risultato ottenuto, senza ricorso al voto, con la modifica inserita nella nuova legge 1/2009.
Ma tutto questo non ha comunque bloccato la solerzia dell’ATO «pilota» che nel marzo scorso (presenti 75 comuni con il 57% delle quote) ha riconfermato l’indirizzo precedente – Piano d’Ambito, modello gestionale obbligato per avere finanziamenti regionali e gara per appaltare l’erogazione con il 94% dei rappresentanti comunali favorevoli, 2 astenuti e 2 contrari.
Compresi gli amministratori del Pd (tutti distratti o disinformati?) che oggi esprime malessere e perplessità a gara avviata. Nel silenzio quasi totale che copre questa situazione la rete del «gruppo acqua» pavese che si era mossa sul referendum, rilancia l’allarme sulla privatizzazione del «bene comune» acqua, chiamando ad iniziative di informazione e mobilitazione, perché anche altri ATO lombardi sembrano orientati a seguire l’esempio di Pavia.
In questo quadro desta preoccupazione la notizia lanciata dal Comitato Milanese Acquapubblica, sulla presenza del colosso francese Veolia come socio «suggerito/ imposto dalla Regione» all’interno dell’Associazione di imprese costituita dalle municipalizzate e affini (Pavia, Voghera, Vigevano, CAP gestione, Oltrepo e Mortara) partecipanti alla gara per l’affido dell’erogazione. Scelta consentita, ma che fa rientrare in gioco il privato con una messa in discussione del ruolo pubblico nella gestione del servizio «alla faccia della trasparenza, del libero mercato e della concorrenza».
Le domande del Comitato sono precise: con quali criteri e perché è stata scelta Veolia? Perché coinvolgere i privati francesi in una gara che doveva vedere come competitive le aziende pubbliche?
Quali condizionamenti per la provincia di Milano nelle scelte future?

Luis Alberto Orellana
L’inchiesta milanese che ha portato in carcere il re delle bonifiche ambientali Giuseppe Grossi ha messo a fuoco finora il reato di riciclaggio e i 22 milioni di euro di fondi neri costituiti dall’imprenditore. Ma questo è soltanto il primo fondale del palcoscenico su cui si muoveva Grossi. I magistrati stanno cercando di mettere in luce il secondo fondale, quello della corruzione. A chi sono andati i 2,5 milioni di euro pagati in contanti da Grossi nel solo 2008? Chi ha al polso gli orologi da collezione che gli sono costati altri 6,4 milioni? In attesa della risposta, sul palcoscenico già s’intravvede un politico potente e temuto, non indagato ma strettamente legato a Grossi: è Giancarlo Abelli, l’uomo che visse tre volte. 





Commenti recenti