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Archivio per aprile 2012

Firme false alle ultime regionali: un primo patteggiamento?

28 aprile 2012 redazione Nessun commento

Riportiamo qui l’articolo pubblicato oggi dalla Provincia Pavese e riferito al coinvolgimento di un esponente locale del PDL nella inchiesta sulle firme false per la presentazione delle liste alle ultime elezioni regionali.
Attendiamo fiduciosi la conclusione dell’iter processuale ma si resta sorpresi nel constatare che il principale partito della Lombardia sembra non riesca a raccogliere le relativamente poche firme necessarie per presentare legittimamente le candidature.
E’ ipotizzabile che la definizione delle candidature all’interno del listino del Presidente ovvero i nomi degli 8 candidati che senza campagna elettorale personale avrebbero guadagnato un seggio in consiglio regionale possa avere originato la necessità di falsificare le firme.
E’ sorprendente che questa, secondo tanti autorevoli commentatori, sarebbe la “Politica” dei partiti che si contrapporrebbe all’Anti-politica dei movimenti dei cittadini. Verrebbe da pensare l’opposto ….

SABATO, 28 APRILE 2012

Pagina 24 – Cronaca

Firme false, indagato pure Podestà

Nell’inchiesta coinvolto anche l’ex sindaco di Bascapè, Secchi: vuole patteggiare

BASCAPE’ Nell’inchiesta sulle firme false della lista di Formigoni, che ieri è costata un avviso di garanzia al presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, è coinvolto anche Gianluigi Secchi, ex consigliere provinciale del Pdl ed ex sindaco di Bascapè. Secchi, che ha chiesto di patteggiare un anno di reclusione per l’accusa di avere autenticato 20 firme che si sono poi rivelate false (c’è già il parere favorevole del pubblico ministero Alfredo Robledo), era stato iscritto nel registro degli indagati più di un anno fa, insieme ad altre 14 persone, tra consiglieri e sindaci della Lombardia. In questa stessa inchiesta anche Podestà ha ricevuto un avviso di conclusione delle indagini. L’esponente del Pdl è accusato di falso ideologico, pluriaggravato e continuato, perché – come riportato nell’atto firmato dal procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo, che ha coordinato le indagini condotte dai carabinieri – sarebbe stato il «promotore» della presunta falsificazione di 926 firme che sono servite per far concorrere alle Regionali di 2 anni fa la lista “Per la Lombardia” di Formigoni e quella del Pdl per la circoscrizione provinciale milanese. Il presidente della Provincia, indagato nella sua qualità all’epoca di coordinatore lombardo del partito di Berlusconi, ha voluto ribadire, come aveva già fatto in passato, la sua «estraneità ai fatti che mi vengono contestati». Lo stesso Podestà ha chiarito «che la gestione esecutiva e gli adempimenti amministrativi della presentazione delle liste non erano di mia diretta competenza, in quanto sempre stati, in ogni tornata elettorale, di responsabilità di un apposito ufficio del partito». Precisando, inoltre, che la vicenda «non ha nulla a che fare con l’attività istituzionale e di amministrazione della Provincia». (m. fio.)

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Keynes, il Moloch e le vere ragioni dell’austerity

di Cesare Del Frate

Chi avrebbe potuto immaginare che fu proprio John M. Keynes il primo economista a denunciare, nel lontano ma assai vicino 1925, l’effetto “disastroso” di politiche che agitano lo spauracchio della Cina e delle tasse per perseguire senza dichiararlo scelte economicamente depressive e di abbassamento dei salari? Sembra incredibile che già nel 1925 Keynes smontasse quelle stesse costruzioni ideologiche, da lui chiamate il “Moloch” o l’“idolo” liberista a cui obbedire per “fede”, che oggi ci vengono riproposte come verità adamantine. Ma andiamo con ordine, rileggiamo con attenzione questo breve saggio di 20 pagine, Le conseguenze economiche di Wiston Churchill (oggi ristampato nella raccolta Esortazioni e profezie, IlSaggiatore, Milano, 2011), e troveremo forti analogie con la crisi attuale.

L’articolo esamina gli effetti della decisione di adottare il gold standard, presa dal Governo inglese di Churchill nel 1925: l’agganciamento della sterlina al valore dell’oro, contestualmente all’adozione dello stesso gold standard da parte degli Stati Uniti, dell’Australia e dei principali partners economici dell’Inghilterra, instaurò un regime di cambi fissi fra le rispettive valute tramite il comune ancoramento al valore dell’oro. Il Comitato Cunliffe, formato da esperti finanziari, aveva caldeggiato tale soluzione in un rapporto che sosteneva che se l’Inghilterra non avesse adottato il gold standard “l’incertezza della situazione monetaria danneggerà la nostra industria, la nostra posizione di centro finanziario internazionale ne soffrirà e la nostra reputazione commerciale nel mondo si abbasserà”. Il gold standard veniva quindi presentato come la soluzione che avrebbe garantito la stabilità dei prezzi, la reputazione commerciale, la crescita economica, la difesa contro le turbolenze dei mercati internazionali. Notiamo subito l’analogia con le istituzioni dello SME prima e dell’euro poi le quali, pur non prevedendo la convertibilità in oro, creano un sistema di cambi fissi (lo SME) o di omogeneità valutaria fra zone economicamente non omogenee (l’euro). Anche le retoriche che hanno accompagnato queste scelte sono le medesime: stabilità dei prezzi, crescita economica, scudo contro la speculazione e le incertezze dei mercati internazionali.

Torniamo a Keynes, il quale si chiese pragmaticamente quali fossero le conseguenze economiche dei cambi fissi: per prima cosa, l’economista nota la rivalutazione della sterlina rispetto al dollaro. Con l’entrata in vigore del gold standard, il cambio sterlina/dollaro passa da 4,40 a 4,86, con un rivalutazione di circa il 10%. Ciò ha dei vantaggi: con una moneta rafforzata l’acquisto di merci o di materia prime dall’estero costerà di meno. Ma Keynes è preoccupato dagli svantaggi: una sterlina rivalutata del 10% significa che il costo del lavoro aumenta del 10% danneggiando le esportazioni e rendendo le industrie orientate al commercio estero meno competitive. Questo non avverrebbe se la rivalutazione del 10% della sterlina avvenisse contemporaneamente a un abbassamento del 10% sia del salari sia del costo dei beni e dei servizi: in tal caso, il costo reale della produzione industriale rimarrebbe invariato. Questa ipotesi è meramente concettuale, empiricamente è impossibile che i salari e il costo della vita si contraggano automaticamente in risposta alla rivalutazione della moneta. In questo scarto temporale fra la rivalutazione monetaria e l’abbassamento dei costi di produzione si crea una crisi depressiva, da cui sarà possibile uscire unicamente o abbandonando il gold standard (strada ovviamente non praticabile visto la decisione del Governo) o comprimendo i salari. Per questo motivo, Keynes, subito all’inizio del saggio afferma che la rivalutazione monetaria avrà come inevitabile conseguenza l’abbattimento dei salari, e il resto dell’articolo consisterà in un’analisi dettagliata degli scenari economici conseguenti:

«La politica di Churchill di aumentare il cambio del 10% si rivela come la politica di ridurre, presto o tardi, di due scellini per ogni sterlina il salario di tutti e di ciascuno. [...] Adesso il Governo si trova di fronte al divertente compito di attuare la sua decisione, pericolosa e non necessaria» (p. 189-190).

Keynes è ancora più categorico quando commenta l’esito di una rivalutazione monetaria fatta “a tavolino”, cioè non derivante da un effettivo cambiamento nell’economia reale:

«Rivalutando la sterlina del 10% noi trasferiamo un miliardo di sterline nelle tasche dei rentiers, traendole dalle tasche di tutti gli altri, ed aumentiamo l’onere del debito nazionale di circa 750 milioni di sterline» (p. 193).

In cosa consisterà il “divertente compito” di implementare una decisione “pericolosa e non necessaria”? In “sacrifici” chiesti ai lavoratori tramite “riassestamenti fondamentali” (i primi a doversi sacrificare saranno i minatori delle miniere di carbone). Il legame fra abbattimento dei salari e politiche monetarie, tuttavia, non viene mai esplicitato né dal Governo né dalle Istituzioni finanziarie: i “sacrifici” vengono chiesti in nome di un equilibrio generale dai contorni vaghi e indefiniti, mentre la possibilità che questi stessi “sacrifici” derivino da scelte monetarie arbitrarie viene espressamente negato:

«Il Presidente del Board of Trade ha affermato alla Camera dei Comuni che le conseguenze del ritorno all’oro sul nostro commercio estero sono tutte positive, ed il Cancelliere dello scacchiere ha manifestato l’opinione che il ritorno alla parità aurea non sia responsabile della situazione del settore carbonifero più di quanto ne sia responsabile la Corrente del Golfo. Sono affermazioni che appartengono alla categoria delle idiozie. I ministri sono liberi di discutere se il ripristino dell’oro valga questo sacrificio e se il sacrificio è solo temporaneo. Quando entra in azione una causa generale, quelli che vengono eliminati sono sempre i già deboli per altri motivi. Ma, se è vero che un’epidemia di influenza è fatale soltanto per i deboli di cuore, non è lecito per questo affermare che l’influenza è tutta positiva o che non sia responsabile della mortalità più di quanto lo sia la Corrente del Golfo» (p. 190).

Negare che una moneta più forte sia uno svantaggio per le esportazioni viene da Keynes relegato nella “categoria delle idiozie”. Per l’industria la perdita di competitività equivale alla necessità di comprimere i salari per ridurre il costo di produzione: l’evidente interrelazione causale fra i due fenomeni viene negata dal Governo per non dover ammettere la verità sulle conseguenze delle scelte di politica monetaria; i sacrifici devono apparire necessari e soprattutto senza alternative, come recita d’altronde anche l’odierno slogan TINA (there is no alternative). L’insieme di alternative e possibilità decisionali viene occultato dietro l’apparente “ovvietà” dei fatti, del comportamento dei mercati o delle richieste di modernizzazione, cioè i “riassestamenti fondamentali”:

«Se vogliono essere fedeli ai loro principi le autorità della Banca d’Inghilterra dovranno sfruttare questo margine di tempo per attuare quelli che vengono eufemisticamente chiamati i riassestamenti fondamentali. [...] Che cosa significa, in parole povere? Significa che dobbiamo ridurre i salari monetari e, per loro mezzo, il costo della vita, nella convinzione che quando il processo delle compressioni a catena sarà concluso, i salari reali avranno lo stesso valore, o quasi, che avevano prima. E qual è il processo pratico attraverso cui [...] si consegue questo risultato? Uno solo: aumentando deliberatamente la disoccupazione. [...]  Questa è la sana politica che si impone come risultato della sconsiderata decisione di inchiodare la sterlina ad un valore aureo che, calcolato in potere d’acquisto della manodopera inglese, ancora non ha. Ma è una politica da cui ogni essere umano o razionale dovrebbe rifuggire» (p. 197-198).

La Banca d’Inghilterra contrae le linee di credito, quindi e le imprese non hanno più la liquidità per sostenere gli investimenti e iniziano a licenziare. Più si allarga la massa dei disoccupati più cala il costo del lavoro. La relazione non è diretta, si tratta appunto di una “catena” che partendo dal credit crunch porta ai licenziamenti e infine all’abbassamento dei salari:

«La deflazione non comprime i salari automaticamente, ma attraverso un aumento della disoccupazione. L’obiettivo specifico di una politica di denaro caro è di frenare un boom incipiente: sventura a chi se ne serve per aggravare una depressione!» (p. 199).

Perché Keynes preannuncia “sventura” agli Stati che perseguano simili politiche? Se le ipotesi del Governo britannico fossero corrette, la depressione sarebbe temporanea, durando solo fino a quando i salari saranno scesi fino a raggiungere il livello che consente alle imprese di recuperare competitività (quindi una diminuzione di circa il 10%). Da quel punto in poi la situazione dovrebbe stabilizzarsi, provocando inoltre un abbassamento del costo della vita e un recupero del potere reale di acquisto. Secondo Keynes non è così: politiche depressive producono depressione economica, non esiste un momento magico o epifanico dove il mercato si risolleverà da solo. Ma considereremo meglio in seguito questi aspetti, per ora torniamo a seguire il filo del ragionamento del saggio.

Come abbiamo visto, in quello che Keynes chiama “processo delle compressioni a catena” il risultato finale è l’abbattimento dei salari. La “catena” di causa-effetto non viene però pubblicamente riconosciuta e il discorso dominante nega la possibilità di percorrerla a ritroso per arrivare alle scelte, e quindi alle alternative. I sacrifici sono inevitabili, operai e disoccupati non devono avere scelta se non quella di accettare le “compressioni” (dei diritti e del tenore di vita):

«Ai minatori non si offre che la scelta fra la sottomissione e la fame, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi» (p. 200).

I lavoratori che vedono crollare il proprio tenore di vita:

«Sono le vittime sacrificate al Moloch dell’economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati dal Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra per soddisfare l’impazienza con cui i patres conscripti della City vogliono livellare la “modesta sfasatura” fra 4,40 e 4,86 dollari per sterlina. I minatori (e quelli che seguiranno) sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire la stabilità del gold standard» (p. 200).

Significativamente, Keynes, con amara ironia, chiama i finanzieri della City “patres conscripti” (nome dato nella Repubblica romana ai senatori), come se nel Parlamento inglese non decidessero i parlamentari eletti ma i “senatori” della finanza. Abbiamo già visto come per Keynes l’ancoraggio della moneta a un sistema di cambi fissi, per di più con una rivalutazione monetaria, equivalga a un enorme trasferimento di ricchezze dai lavoratori e dalle classi medie a favore dei rentiers, termine da lui utilizzato per nominare coloro che traggono profitti da attività non produttive (come il prestare denaro o speculare in Borsa). Dobbiamo anche sottolineare un non detto: per tutta la lunghezza del saggio Keynes non imputa mai l’ideazione delle politiche depressive, o di austerity, alla classe imprenditoriale, la quale anzi ne viene danneggiata proprio per via della depressione stessa (nonostante alcuni imprenditori possano cadere vittima dell’inganno ideologico secondo cui l’abbassamento del costo del lavoro porterà loro vantaggi nel lungo termine, e non solo nel breve periodo). In altri scritti Keynes approfondirà la sua concezione (critica) del ruolo dei rentiers, cioè della finanza, nell’economia, ma nel nostro articolo vi dedica solo alcuni accenni polemici, fra cui il seguente:

«Temo che le elaborazioni dei consiglieri di Churchill escano ancora dall’immaginario mondo accademico, popolato da redattori della City, membri del comitato Cunliffe o di quello monetario e di tutta quella genía, secondo la quale i necessari riassestamenti derivano automaticamente da una “sana” politica della Banca d’Inghilterra» (p. 193).

L’“immaginario mondo” dei tecnici accademici che consigliano il Governo è per Keynes “popolato” non da imprenditori o da genuini studiosi di economia, ma da “redattori della City”, finanzieri del comitato Cunliffe (lo stesso che raccomandò l’adozione del golden standard) e più in generale da una “genía” di speculatori e rentiers che credono di poter governare l’economia unicamente tramite le rarefatte leve delle politiche monetarie (ignorando quindi i processi dell’economia reale). La contrapposizione fra il “Moloch” delle dottrine liberiste e finanziarie e lo studio dei processi economici reali non potrebbe essere più forte:

«La verità è che siamo al bivio fra due teorie della società economica. L’una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto di classi. L’altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati dalla pressione economica, altrimenti detta “realtà dei fatti”, e che tutta la nostra grande macchina debba procedere a rullo compressore, tenendo presente soltanto l’equilibrio generale, e senza prestare attenzione alle conseguenze casuali che comporta per i singoli gruppi» (p. 200).

Le teorie economiche elaborate dai rentiers, che governano la City mentre contemporaneamente fungono da “tecnici” che scrivono i programmi economici del Governo, paragonate da Keynes a un Dio avido di sacrifici, il “Moloch”, hanno una particolare ossessione per il gold standard inteso come sistema di cambi fissi, tanto che quest’ultimo potrebbe essere definito l’“idolo” di questa visione fideistica dell’economia:

«Il gold standard, [...] con la sua fede nei “riassestamenti automatici”, è l’emblema sostanziale, l’idolo di quelli che siedono nella cabina di comando» (p. 201).

I “riassestamenti automatici” che dovrebbero far seguito ai “riassesti fondamentali” (le riforme strutturali) sono oggetto di una fede miracolistica in un evento messianico di salvezza: il mercato risorgerà da solo, come l’araba fenice, dopo la depressione portata dalla “catena di compressioni”: i sacrifici devono essere sopportati da lavoratori e imprenditori perché sono il pegno di una salvezza futura non ancora intravista ma certa. A questa fede dei rentiers Keynes contrappone un argomento logico ancor prima che empirico: manovre depressive producono depressione e non certo crescita. Si tratta di una semplice tautologia. Finché si adotteranno politiche di austerità depressiva continuerà la depressione, il mercato da solo non può “salvarsi”, cioè tornare a crescere mentre lo stiamo impoverendo con la “catena di compressioni” dei salari e quindi dello stesso mercato interno. Non esistono miracoli e un mercato impoverito non riprenderà a creare ricchezza. Keynes condanna senza mezzi termini l’autolesionismo di una simile governance dell’economia:

«È un modo odioso e disastroso perché ha effetti ineguali sui vari gruppi, a seconda della loro maggiore o minore forza, e perché determina uno spreco economico e sociale nel periodo di attuazione» (p. 205).

Come è possibile che i cittadini inglesi accettino una simile politica economica? In realtà, sostiene Keynes, non l’hanno mai accettata perché non ne sono mai stati informati: il Governo e i tecnici della City non hanno dichiarato apertamente la volontà di comprimere i salari per recuperare produttività, né hanno spiegato le logiche soggiacenti determinate scelte, preferendo trincerarsi dietro slogan generici quali “modernizzazione”, “stabilità”, e più di ogni altro “fiducia”:

«Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes [relativo alle riparazioni di guerra, ndr], alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto» (p. 202).

I cittadini si confrontano con una serie di difficoltà concrete nella vita di tutti i giorni, e non sempre riescono a cogliere il quadro generale dell’economia: grazie al “depistaggio” operato dai politici, con il Governo che “evita di chiamare le cose con il loro vero nome” (p. 198), la frustrazione dei lavoratori si scaglierà contro le cause apparenti della crisi, dalle “tensioni industriali” fino alla Cina. Il Governo darà la colpa della depressione “a qualunque cosa al mondo” pur di non ammettere le sue responsabilità di politica monetaria e pur di non dover presentare ai cittadini quali siano le reali alternative possibili, in modo che il Paese possa compiere una scelta consapevole e responsabile su come intende essere governato. Anche i sacrifici possono essere accettati, ma solo se sussiste una conoscenza condivisa della loro necessità e soprattutto dei loro effetti benefici sull’economia (cosa difficilmente dimostrabile nel nostro caso). Perché nascondere le cause del disagio e agitare finti bersagli? Per un motivo molto chiaro: le decisioni del Governo rappresentano: «una politica che il Paese non permetterebbe mai se sapesse come sono andate le cose» (p. 207).

Le previsioni di Keynes sull’Inghilterra dell’epoca furono confermate da un lungo periodo di crisi precedente a quella mondiale del ’29, e sono ancora oggi confermate dai dati storici sulle crisi in Argentina, Messico, Equador e molti altri Paesi che adottarono cambi fissi implementando politiche di austerity.

Quale soluzione propone Keynes alla spirale depressiva della “catena di compressioni” dell’austerity? Come è noto, l’economista sostiene la necessità di politiche anticicliche, e quindi “espansive” durante i periodi di recessione, ma non approfondisce l’argomento in questo saggio. Dedicheremo all’argomento un prossimo articolo, per ora accontentiamoci della pars destruens delle argomentazioni keynesiane.

E torniamo alla nostra situazione: sicuramente sareste rimasti sbalorditi, come lo sono stato io, nel leggere le straordinarie analogie fra la situazione descritta da Keynes e la nostra. A tal riguardo, ricordiamo solo alcuni dati. L’instaurazione dello SME prima e dell’euro poi ha creato un sistema di cambi fissi. In che modo vi è entrata l’Italia? In seguito alla crisi della lira del 1992, siamo rientrati nello SME nel 1998: a quale tasso di cambio? Il tasso, è noto, fu di 1936,27 lire per ogni euro. Il dato importante tuttavia non è questo ma il raffronto con il marco tedesco, quotato 1,95583 per ogni euro. Il calcolo dà 989,999 lire per ogni marco (dal 1998 al 2002, data di sostituzione delle monete locali con l’euro). Questo tasso di cambio fisso lira/marco equivalse a un forte apprezzamento della lira, il cui cambio, nei 3 anni precedenti al rientro nello SME, oscillava da un minimo di 1.300 lire per marco a un massimo di 1.100 lire per marco. 989,999 lire per marco, cifra “arbitraria” stabilita per il rientro nello SME, equivale a un fortissimo apprezzamento della lira rispetto sia alle 1.100 lire del tasso di cambio di mercato sia alle 1.300 lire delle oscillazioni precedenti. In altre parole, come la Sterlina con il gold standard si rivalutò rispetto al dollaro del 10%, noi abbiamo rivalutato di circa il 25% la lira rispetto al marco (e anche rispetto al dollaro, più debole dell’euro negli anni immediatamente successivi fino ad oggi). Non stupirà allora che dal 1998 le serie storiche di dati sulle nostre esportazioni segnino una contrazione progressiva, mentre parallelamente crescono le quote di esportazione tedesche in Europa e nel mondo.

Per un’economia debole avere una moneta agganciata a un’economia più forte produce perdita di competitività e una ridistribuzione della ricchezza. Esattamente ciò che è successo in tutta la periferia europea, dal Portogallo alla Spagna fino a noi. Avere una moneta scambiata a tasso fisso o un’unica moneta non è rilevate, ciò che importa è l’omogeneità valutaria imposta a zone economicamente disomogenee, che produce un travaso di ricchezza come fra vasi comunicanti. Agganciare una moneta debole a una più forte è una strategia storicamente utilizzata nello sfruttamento coloniale e neocoloniale: ad esempio gli Stati dell’Africa subsahariana ex colonie francesi avevano le loro valute agganciate al franco (ed oggi all’euro). Il FMI, come condizione per concedere prestiti ai Paesi africani in crisi, ha sempre chiesto che questi adottassero “riforme strutturali” a partire dalla parità monetaria con il dollaro. Argentina, Messico ed Equador sono tutti Paesi che prima del crollo finanziario avevano adottato la parità col dollaro (abbandonata negli anni successivi ai crolli finanziari in seguito a proteste di massa oceaniche).

In Italia, lo SME e l’euro hanno prodotto una perdita di competitività a cui i Governi hanno risposto con l’introduzione delle “riforme strutturali”: del mercato del lavoro con il pacchetto Treu, con l’abbandono della Scala mobile che agganciava i salari agli aumenti dell’inflazione, con l’estensione del precariato della riforma Biagi e con lo svuotamento dell’art. 18 della riforma Fornero. Riguardando il ventennio liberista che abbiamo alle spalle e davanti a noi, possiamo comprendere come gli obiettivi di flessibilizzazione e modernizzazione siano solo slogan: il vero obiettivo è attuare quella “catena di compressioni” che abbatteranno i salari grazie all’aumento della disoccupazione e della precarietà, nella speranza (la “fede” di cui parla Keynes) che questo porti a una maggiore competitività della nostra economia, in un futuro prossimo di salvezza messianica periodicamente annunciato da vent’anni. Di fatto, l’Italia non ha mai conosciuto un periodo così prolungato di stagnazione, e oggi di recessione, dal dopoguerra ad oggi: non è difficile comprenderlo se consideriamo che precarietà e disoccupazione impoveriscono la domanda interna (a chi dovrebbero vendere i loro prodotti gli imprenditori, in un mercato interno depresso e su un mercato estero dove hanno lo svantaggio competitivo di una moneta sopravvalutata?). Vent’anni di sacrifici ci hanno condotti nella situazione in cui siamo ora. Starà ai cittadini italiani decidere se vogliono continuare la spirale dei sacrifici o se intendono voltare pagine con l’ideologia liberista e il governo dei rentiers.

Ecomafie in Lombardia

6 aprile 2012 redazione Nessun commento

di Giorgia Lomartire

Lunedì 2, In una fresca serata primaverile, si è svolta presso l’Aula magna della nostra Università una conferenza molto interessante organizzata dal neonato movimento Costruendo Libera riguardante il velenoso insediamento delle mafie nel territorio italiano e in particolare in quello lombardo.

Il dibattito è stato aperto dalla giornalista del Sole 24 ore Serena Uccello e dal dr. Cannavò di Legambiente che hanno riportato dei dati molto inquietanti: l’ammontare dei veleni sequestrati in 10 anni ricoprirebbe tutta la rete autostradale italiana e cioè 13 milioni e centomila tonnellate di rifiuti il cui valore è pari a 43 miliardi di euro!!! (Se pensiamo che per creare un sistema di ammortizzatori sociali decente basterebbero solo 2,3 miliardi di euro…). E questi sono solo i dati sui sequestri,senza contare quella che i criminologi chiamano la “cifra oscura”, i reati che non sono stati scoperti/denunciati.

Nel 2010 i dati degli illeciti ambientali nella nostra Regione vedono un aumento consistente rispetto all’anno precedente e uno slittamento dal 14° al 6° posto per l’illegalità nel ciclo dei rifiuti:

1679 reati contro l’ambiente (+ 89% rispetto al 2009)

1340 persone denunciate (+55% rispetto al 2009)

7 persone arrestate (- 22% rispetto al 2009)

474 sequestri effettuati (+79% rispetto 2009).

In particolare il settore della movimentazione terra è quello in cui la ‘ndrangheta detiene il primato assoluto, soprattutto nella zona dell’hinterland milanese e della brianza con la complicità di molti imprenditori, i cosiddetti “colletti bianchi” (specializzati nella falsificazione dei documenti), senza contare che le sanzioni previste dalla normativa di riferimento (cfr. art.260 Dlgs 152/2006) per tali reati sono molto poco efficaci, con il rischio oltretutto di incorrere nella famigerata prescrizione. La maggior parte delle infrazioni dell’Unione Europea riguarda appunto la materia ambientale e la sua tutela penale: una direttiva che prescriveva l’adozione entro dicembre 2010 di strumenti penali in tale ambito non ha invogliato il legislatore che a introdurre nel luglio 2011 soltanto due contravvenzioni, senza fare alcuna riforma generale in merito.

Nel discorso si è poi inserito il dr. Cicconi che ha sottolineato il ruolo fondamentale che la Pubblica Amministrazione dovrebbe avere nel controllare i lavori pubblici facendo specifico riferimento all’articolo 118 comma 11 della normativa sui contratti pubblici, che contiene la definizione del subappalto anche in termini quantitativi e che cerca di arginare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose,forti soprattutto nell’ambito delle cave (produzione materiali inerti e fornitura calcestruzzo). Il contesto attuale, caratterizzato da una forte crisi economica, risulta però molto permeabile a infiltrazioni mafiose di vario tipo: infatti si sono introdotti nel nostro ordinamento giuridico nuovi istituti contrattuali che si giustappongono alle norme di contrasto della corruzione e della mafia concepite per lo più per gli istituti contrattuali tradizionali e che favoriscono quei soggetti che dispongono di forti liquidità a costo zero e che hanno l’esigenza di riciclare capitali di provenienza illecita.

Caso Punta Est: Moro e Bugatti ufficialmente indagati

3 aprile 2012 redazione Nessun commento

Oggi hanno appreso di essere sul registro degli indagati circa il caso Punta Est il dirigente comunale all’Urbanistica Angelo Moro e il direttore del dipartimento di Ingegneria edile e del territorio Angelo Bugatti. L’ipotesi di reato è di abuso d’ufficio per Moro e di falso in atto pubblico per Bugatti. Cogliamo l’occasione per ripubblicare un articolo del giornalista e blogger Giovanni Giovannetti che ricostruisce analiticamente le tappe del caso Punta Est:

Giovanni Giovannetti

Ora il sindaco Cattaneo “scopre” che all’assessorato all’Urbanistica qualcosa non quadra. L’imberbe vuole ravvederci chiaro, ciò vuol dire che fino a ieri ne era (stato tenuto) all’oscuro. Sindaco, makekazzo stai a ddì.
“Punta Est” è solo la parte visibile della metastasi politico-affaristica volta a privilegiare questo o quel referente (economico?) di questo o quel sedicente capobastone incistato al Mezzabarba, l’apparente “stanza dei bottoni”. Il tumore irreversibile lorsignori lo vorrebbero derubricare a raffreddore, curabile con la corroborante tisana dell’“indagine interna”.
Continuano a fare finta di essere sani. Come se il male fosse “Puta Est” invece del Sistema. In tempi di progressivo decremento demografico, nonostante tremila appartamenti sfitti e mille invenduti, nonostante l’elevato numero di aree industriali dismesse, nonostante l’enorme fabbisogno di case e di posti letto dal costo contenuto per famiglie e studenti universitari, a Pavia la pianificazione urbanistica insiste nel privilegiare l’irresponsabile consumo di terreno vergine destinandolo a residenze di lusso. Particolarmente appetibili paiono le aree verdi a margine del Parco della Vernavola come appunto quella di “Punta Est” in via Vallone.
Si costruisce e si consuma inutilmente suolo poiché il mattone rappresenta ancora una valida garanzia per banche e sistema creditizio. Ma nel mattone investono anche le mafie, così che diventa più semplice riciclare i proventi in nero dal narcotraffico e altro denaro sporco.
Già che se ne continua a parlare riteniamo allora utile tratteggiare questa breve cronologia su “Punta Est”, luogo in cui ai fatti si sovrappongono i tanti misfatti.

Anni Settanta Gli anni del Piano di sviluppo universitario di Giancarlo De Carlo. Fu una grande occasione mancata; prevedeva fra l’altro cinque poli universitari periferici con mense, biblioteche, sale riunione ecc. a disposizione anche di cittadini e lavoratori.

19 ottobre 2007 La Società Cooperativa Atena (costituita il 2 ottobre 2007, solo due settimane prima) formalizza la sua richiesta al Comune; una proposta peraltro in linea con il Piano regolatore generale (Prg). La pratica acclude una relazione tecnica in cui Atena precisa che «l’intervento prevede la realizzazione di un unico complesso edilizio a corte chiusa, nel rispetto dell’ambiente in cui la struttura va a inserirsi»; che le residenze saranno destinate «agli studenti, ai docenti e agli operatori universitari», insieme a servizi mensa, biblioteca, archivi ed uffici, palestra e una sala per le riunioni. Per la gestione la società ipotizza una convenzione con l’Isu (ora Edisu) – l’ente per il diritto allo studio. Per la precisione leggiamo che «Dal punto di vista gestionale verrà successivamente stipulato un accordo convenzionale con l’I.S.U. Di Pavia, con il quale sono già intercorsi contatti preliminari». E con questa garanzia il permesso viene infine rilasciato il 15 giugno 2010.

5 luglio 2010 Gli stessi terreni sono venduti alla Punta Est (società con capitale sociale di soli 20.000 euro) al prezzo di 2.026.586 euro. Alla richiesta di voltura dal vecchio al nuovo proprietario è allegata una inedita relazione tecnica che descrive il nuovo intervento: non più residenze per studenti ma 78 appartamenti di varie metrature, da rivendere «sul libero mercato in assenza di limitazioni alla vendita o godimento delle unità immobiliari».

8 marzo 2011 Chiamato ad esprimere un parere, il comunale “Sportello unico per l’Edilizia” conferma che, stando così le cose, quelle unità immobiliari sarebbero «liberamente alienabili e concedibili in godimento a qualsivoglia titolo in favore di qualsiasi soggetto, persona o ente, pubblico o privato in assenza di vincolo alcuno» e in palese contrasto con le destinazioni d’uso ammesse in zona dal Prg, già che la trasformazione «liberalizzerebbe le unità rendendole di fatto residenziali a tutti gli effetti». È a firma di Elisa Brendolise

31 marzo 2011 A nome del Dipartimento di Ingegneria edile e del Territorio, Angelo Bugatti sottoscrive con “Punta Est” una «convenzione» con la quale «la società si impegna a mettere a disposizione del Dipartimento una unità immobiliare nel complesso, ad uso del laboratorio di ricerca» oltre a 64.000 euro: 10.000 una tantum al Dipartimento e il rimanente «a titolo di finanziamento di tre assegni di ricerca o borse di studio dell’importo ciascuna pari a euro 18.000 sulla innovazione tecnologica e sulla relazione tra artificio e natura nell’ambito ambientale». Insomma, aria fritta. Quanto alla «convenzione», in realtà è un contratto tra privati per la fornitura di servizi spacciato per «convenzione con l’Università» che un dipartimento non può sottoscrivere, già che le convenzioni sono a firma del Rettore, subordinate al parere favorevole del Consiglio di amministrazione. La millantata convenzione con l’Edisu è dunque accantonata e ne viene sottoscritta un’altra con Angelo Bugatti, ovvero con l’estensore del Piano di Governo del Territorio in preparazione.

6 e 8 aprile 2011
L’avvocato Giuseppe Franco Ferrari ricorda al Comune la «destinazione comunque non abitativa» e invita la pubblica amministrazione a valutare l’opportunità di specificare ulteriormente l’impegno del privato «a non modificare le destinazioni d’uso».

18 aprile 2011 All’avvocato Ferrari e allo “Sportello” comunale risponde la proprietà. Nell’Atto unilaterale d’obbligo, sottoscritto dalla società “Punta Est” presso il notaio Galotti, si parla di unità immobiliari «alienabili e concedibili in godimento a qualsivoglia titolo in favore di qualsiasi soggetto, persona o ente, pubblico o privato», ovvero vendibili a chiunque sul libero mercato, in attesa della «eventuale variazione della disciplina di zona del piano urbanistico»: detto altrimenti, in attesa di sanare tutto quanto entro il nuovo Pgt di Bugatti &c.

19 maggio 2011 Poche ore dopo la seconda “diffida” da parte dello “Sportello”, lo stesso giorno il dirigente all’Urbanistica Angelo Moro, vista la «convenzione tra il richiedente e il Dipartimento di Ingegneria Edile del Territorio» e i relativi «impegni assunti con l’Università»; visti i contenuti del nuovo «atto unilaterale d’obbligo», nonostante il parere negativo dello “Sportello” e dell’avvocato Ferrari, rilascia il permesso a costruire.

7 luglio 2011 Nel corso del consiglio comunale, Istant question su Punta Est da alcuni consiglieri di minoranza. Dunque, da luglio in poi, il sindaco non può fingere di non sapere.

19 luglio 2011 Nel corso della Commissione Territorio, i commissari di minoranza sollevano il problema. La discussione su Punta Est prosegue nella seduta dell’11 ottobre 2011.

5 dicembre 2011 I consiglieri comunali Antonio Sacchi (Lista Albergati) e Fabio Castagna (Pd) formalizzano la richiesta di chiarimenti, chiedendo l’accesso alla documentazione.

10 dicembre 2011 Insieme per Pavia inoltra alla locale Procura la documentazione su “Punta Est”.

20 dicembre 2011 Poco dopo la sua convocazione in Procura, il dirigente Angelo Moro sospende «in autotutela» il permesso a costruire, segnalando che la cosiddetta “convenzione” «con l’Università di Pavia non sembra sufficiente ad integrare la destinazione urbanistica di “Aree per servizi”- Università». A quanto sembra, l’acuto dirigente – 96 mila euro di stipendio annuale in pubblico denaro – se ne avvede solo ora.

23 dicembre 2011 La Polizia Giudiziaria è in assessorato. Se ne va portando con sé la documentazione su “Punta Est”.

8 marzo 2012 Cedendo nuovamente alle pressioni “politiche”, Moro ritira la sua “sospensione in autotutela”. Secondo il dirigente, le case possono dunque essere vendute sul libero mercato. Contrario il funzionario Fabio Panighi, «per motivi giuridici e morali».

23 marzo 2012 Reparti dei Carabinieri pongono sotto sequestro il cantiere in via Vallone. Indagati per violazione delle norme edilizie e della legge “Galasso” la proprietaria Eleonora Maestri e il direttore dei lavori Marco Bianchi, suo marito; curiosamente tra gli indagati figura anche Ciro Manna, titolare dell’impresa che ha in appalto i lavori.
 Carabinieri mattinieri anche negli uffici di Angelo Bugatti al dipartimento di Ingegneria edile al Cravino, negli uffici de La Cortazza in viale Cremona (di Maestri) e presso l’abitazione del dirigente comunale all’Urbanistica Angelo Moro a cui è stato sequestrato il computer, così come sotto sequestro sono i computer del funzionario comunale Fabio Panighi e del professor Bugatti. Si cercano tracce sui mandanti politici delle tante discutibili iniziative di Moro.