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RIFORMA GELMINI: IL CREPUSCOLO DELLA SCUOLA PUBBLICA (1^ parte)

di Daniela Di Natale, Nadia Montesi e Isabella Nanni docenti delle Scuole Superiori

Quelli della Maggioranza l’hanno definita riforma “epocale”, attributo che vuol dire tutto e il contrario di tutto. “Di epocale ci sono solo i tagli”, hanno ribattuto dall’Opposizione. Di fatto, per chi la scuola la vive dal di dentro, di epocale c’è solo la confusione. Nessuno degli operatori della scuola pubblica, o forse solo pochi illuminati, hanno ben capito che cosa ne sarà della secondaria superiore: professionali, tecnici, licei verranno accorpati, cambieranno di nome. Non più l’obsoleto “Tecnico Commerciale”, ma “Amministrazione, Finanza e Marketing”, tanto per fare un esempio. E va bene. Concediamo pure che gli indirizzi della scuola superiore si fossero moltiplicati in un’infinità di specializzazioni in cui era difficile raccapezzarsi. La semplificazione sia la benvenuta! Ma è sufficiente? Non proprio. Non serve certo essere degli economisti brillanti per intuire che la prima cosa necessaria per attuare una “riforma epocale” siano i fondi. In parole povere, il vile danaro. E di quello non si è vista traccia; come al solito, del resto. Anzi no. Un po’ peggio del solito. La scuola pubblica italiana langue da tempo come una palude desolata. Attende ormai rassegnata la manna dal cielo per poter rinvigorire le sue flebili energie. E intanto i nostri figli trascorrono giornate in scuole fatiscenti, spesso non sicure e sovraffollate, con sedie e banchi rotti, piove nelle aule o non funzionano i riscaldamenti, cadono pezzi di intonaco, le porte e le finestre danneggiate non vengono regolarmente sistemate, palestre pericolose e pericolanti, impianti elettrici non a norma di legge, servizi igienici non funzionanti, cortili pericolosi e in stato di abbandono. Vengono smistati in altre classi perché non ci sono i soldi per pagare le supplenze, ma neanche per i corsi di recupero, né per i laboratori, o per le attrezzature informatiche, diciamo pure in generale per il “materiale necessario”. La scuola, aspettando, cerca di garantire il minimo indispensabile chiedendo contributi, assicurazioni complementari, fondi cassa, “gratta e vinci” e lotterie, pesche di beneficenza, donazioni da privati di strumenti informatici obsoleti, soccorso-manuale dalle famiglie. E cosa si inventa il Ministero per risollevare il malato che fiducioso aspetta le cure? Un po’ di tagli qua, un po’ di tagli là. Il colpo di grazia, l’eutanasia assistita. Del resto, la ministra Gelmini non si stanca di ripeterlo: la scuola pubblica non è un ammortizzatore sociale. Peccato che il nostro glorioso Paese sia quasi del tutto privo di ammortizzatori sociali. Chiedetelo a quei giovani precari co.co.co. o simili che hanno perso il lavoro, o addirittura a un altro baldo giovine che il lavoro (quello vero e non quello nero) non ce l’ha mai avuto. Per lo Stato costui non esiste. Se la cavi da sé o con i soldi di mamma e papà [fine prima parte].

Articolo di Daniela Di Natale, Nadia Montesi e Isabella Nanni docenti delle Scuole Superiori

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