Expo2015 e Pgt2009
di Irene Campari
Il 26 maggio 2009 a Torre d’Isola c’è stato un ricco e fastoso incontro organizzato dalla Confedilizia con invito ai candidati sindaci di Pavia (e perchè non anche quelli di Torre d’Isola?) per discutere di Expo2015 e Piano di governo del Territorio (Pgt). I relatori erano del mestiere: Dr. Lardera (Collegio Edile), Avvocato Colombo, Dr. Mossi (Confcommercio), Architetti Bosi e Bianchi. Anche il pubblico è del mestiere. Tutto a posto fino a quando non è stato chiaro che l’intento era quello di chiedere ai candidati sindaci di Pavia una espressione chiara sulla volontà o meno di piegare il Piano di governo del territorio agli interessi forti intorno all’Expo2015. L’avvocato Colombo in una lunga introduzione onirica – parla di un sogno – elogia le trasformazioni infrastrutturali che connetteranno il “pavesato” con il “genovesato”, Tav-3° Valico, Corridoio 5 e 24. Definisce la nostra regione un “hub”, termine del linguaggio della logistica e dei trasporti (tanto per essere chiari). Parla di cemento e case in questi termini: “La casa un fattore territorializzante”; finchè c’è casa e mattone c’è vita insomma. Mossi – evocando il rapporto d’amicizia e confidenziale con Roberto Schmid (presidente del Comitato scientifico Expo) – parla di salame e gorgonzola, di Pavia come luogo della degustazione per quella quota su 30 milioni di visitatori previsti che potà essere richiamata a Pavia dai profumi del cibo nostrano. L’architetto Bianchi invece ci tiene una lezione sul Piano di governo del territorio, sulla lungimiranza democratica di un tale strumento rispetto al populismo del vecchio Piano regolatore generale (Prg). Secondo Bianchi, mentre di fronte al Prg il cittadino era uno qualsiasi del popolo, il Pgt pone invece al centro l’interesse pubblico, diventato tale tramite il consenso popolare. E giù elogi; elogio anche al fatto che il Documento di Piano (la mappa delle destinazioni d’uso e delle funzioni dei suoli) che accompagna ogni Pgt è valido per cinque anni, quelli del mandato del Sindaco (ma guarda). Ma qualcosa non mi torna, e qualcosa di importante. Allora parlo. Innazitutto in tutti gli interventi degli speaker era scomparsa la parola “cittadinanza”; il cittadino veniva liquidato come l’entità ignota senza dimensione giuridica, come se stessero parlando di fronte ai presidenti di Cda aziendali e non a Sindaci il cui ruolo è quello di rappresentare la cittadinanza e non interessi particolari. E questo è stato il primo scivolone sulle bucce di banana delle multinazionali alimentari di quel ricco pomeriggio. L’interesse pubblico, a cui sarebbe legato secondo l’architetto Bianchi il nuovo Pgt, non è altro in realtà che l’interesse privato trasformato da abili comunicatori in interesse pubblico tramite il consenso, voluto e magari manipolato (ne sappiamo qualcosa a Pavia dopo il Carrefour, la ex Snia e la Broni-Mortara). Per questi signori non esistono legittime aspirazioni di contribuire all’organizzazione dello spazio urbano – nemmeno quello degli spazi pubblici – se non si è proprietari fondiari che contano. Chi non possiede nulla è escluso a priori. Ed è male, e glielo dico. Un cittadino può anche non possedere nulla sulla terra, ma può ben essere portatore di idee e di principi che lo rendono pari ed eguale – di fronte agli strumenti di governo del territorio – ai possidenti. E l’amministrazione ha il dovere di considerare anche questi contributi. La città non è territorio di conquista, è un bene comune costituito da spazi pubblici che tali devono rimanere. Come poi sia possibile conciliare la volontà di un Mossi che parla di salame, sapori e gorgonzola con l’autostrada, il Terzo valico e le logistiche alessandrine (al centro del principato che si estende dal genovesato al pavesato) non si sa. E glielo faccio rimarcare. Le casette che fanno tanto “territorio” secondo l’Avvocato Bianchi, sono quelle che gli descrivo come elementi di una forte deterritorializzazione, la stessa provocata dai nonluoghi, le stesse che provocano spaesamento e non senso di territorialità, le stesse di cui ci hanno riempito le periferie per permettere investimenti di chi non si sa. Inoltre, se proprio dobbiamo salvare un’identità – e mi rivolgo a Mossi – si colga anche l’occasione Expo per pensare alle Basiliche romaniche oltre che al salame. Ma sulle tavole imbandite sotto il porticato di Villa Botta Adorno quel pomeriggio l’uva fuori stagione e molto decorativa è quella importata e nel frattempo refrigerata in qualche magazzino tra il “pavesato” e il “genovesato”. Le holding – immagino – ringraziano i presenti; lo faccio anch’io aggiungendo che non sarò di certo il loro candidato sindaco.



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