Keynes, il Moloch e le vere ragioni dell’austerity
di Cesare Del Frate
Chi avrebbe potuto immaginare che fu proprio John M. Keynes il primo economista a denunciare, nel lontano ma assai vicino 1925, l’effetto “disastroso” di politiche che agitano lo spauracchio della Cina e delle tasse per perseguire senza dichiararlo scelte economicamente depressive e di abbassamento dei salari? Sembra incredibile che già nel 1925 Keynes smontasse quelle stesse costruzioni ideologiche, da lui chiamate il “Moloch” o l’“idolo” liberista a cui obbedire per “fede”, che oggi ci vengono riproposte come verità adamantine. Ma andiamo con ordine, rileggiamo con attenzione questo breve saggio di 20 pagine, Le conseguenze economiche di Wiston Churchill (oggi ristampato nella raccolta Esortazioni e profezie, IlSaggiatore, Milano, 2011), e troveremo forti analogie con la crisi attuale.
L’articolo esamina gli effetti della decisione di adottare il gold standard, presa dal Governo inglese di Churchill nel 1925: l’agganciamento della sterlina al valore dell’oro, contestualmente all’adozione dello stesso gold standard da parte degli Stati Uniti, dell’Australia e dei principali partners economici dell’Inghilterra, instaurò un regime di cambi fissi fra le rispettive valute tramite il comune ancoramento al valore dell’oro. Il Comitato Cunliffe, formato da esperti finanziari, aveva caldeggiato tale soluzione in un rapporto che sosteneva che se l’Inghilterra non avesse adottato il gold standard “l’incertezza della situazione monetaria danneggerà la nostra industria, la nostra posizione di centro finanziario internazionale ne soffrirà e la nostra reputazione commerciale nel mondo si abbasserà”. Il gold standard veniva quindi presentato come la soluzione che avrebbe garantito la stabilità dei prezzi, la reputazione commerciale, la crescita economica, la difesa contro le turbolenze dei mercati internazionali. Notiamo subito l’analogia con le istituzioni dello SME prima e dell’euro poi le quali, pur non prevedendo la convertibilità in oro, creano un sistema di cambi fissi (lo SME) o di omogeneità valutaria fra zone economicamente non omogenee (l’euro). Anche le retoriche che hanno accompagnato queste scelte sono le medesime: stabilità dei prezzi, crescita economica, scudo contro la speculazione e le incertezze dei mercati internazionali.
Torniamo a Keynes, il quale si chiese pragmaticamente quali fossero le conseguenze economiche dei cambi fissi: per prima cosa, l’economista nota la rivalutazione della sterlina rispetto al dollaro. Con l’entrata in vigore del gold standard, il cambio sterlina/dollaro passa da 4,40 a 4,86, con un rivalutazione di circa il 10%. Ciò ha dei vantaggi: con una moneta rafforzata l’acquisto di merci o di materia prime dall’estero costerà di meno. Ma Keynes è preoccupato dagli svantaggi: una sterlina rivalutata del 10% significa che il costo del lavoro aumenta del 10% danneggiando le esportazioni e rendendo le industrie orientate al commercio estero meno competitive. Questo non avverrebbe se la rivalutazione del 10% della sterlina avvenisse contemporaneamente a un abbassamento del 10% sia del salari sia del costo dei beni e dei servizi: in tal caso, il costo reale della produzione industriale rimarrebbe invariato. Questa ipotesi è meramente concettuale, empiricamente è impossibile che i salari e il costo della vita si contraggano automaticamente in risposta alla rivalutazione della moneta. In questo scarto temporale fra la rivalutazione monetaria e l’abbassamento dei costi di produzione si crea una crisi depressiva, da cui sarà possibile uscire unicamente o abbandonando il gold standard (strada ovviamente non praticabile visto la decisione del Governo) o comprimendo i salari. Per questo motivo, Keynes, subito all’inizio del saggio afferma che la rivalutazione monetaria avrà come inevitabile conseguenza l’abbattimento dei salari, e il resto dell’articolo consisterà in un’analisi dettagliata degli scenari economici conseguenti:
«La politica di Churchill di aumentare il cambio del 10% si rivela come la politica di ridurre, presto o tardi, di due scellini per ogni sterlina il salario di tutti e di ciascuno. [...] Adesso il Governo si trova di fronte al divertente compito di attuare la sua decisione, pericolosa e non necessaria» (p. 189-190).
Keynes è ancora più categorico quando commenta l’esito di una rivalutazione monetaria fatta “a tavolino”, cioè non derivante da un effettivo cambiamento nell’economia reale:
«Rivalutando la sterlina del 10% noi trasferiamo un miliardo di sterline nelle tasche dei rentiers, traendole dalle tasche di tutti gli altri, ed aumentiamo l’onere del debito nazionale di circa 750 milioni di sterline» (p. 193).
In cosa consisterà il “divertente compito” di implementare una decisione “pericolosa e non necessaria”? In “sacrifici” chiesti ai lavoratori tramite “riassestamenti fondamentali” (i primi a doversi sacrificare saranno i minatori delle miniere di carbone). Il legame fra abbattimento dei salari e politiche monetarie, tuttavia, non viene mai esplicitato né dal Governo né dalle Istituzioni finanziarie: i “sacrifici” vengono chiesti in nome di un equilibrio generale dai contorni vaghi e indefiniti, mentre la possibilità che questi stessi “sacrifici” derivino da scelte monetarie arbitrarie viene espressamente negato:
«Il Presidente del Board of Trade ha affermato alla Camera dei Comuni che le conseguenze del ritorno all’oro sul nostro commercio estero sono tutte positive, ed il Cancelliere dello scacchiere ha manifestato l’opinione che il ritorno alla parità aurea non sia responsabile della situazione del settore carbonifero più di quanto ne sia responsabile la Corrente del Golfo. Sono affermazioni che appartengono alla categoria delle idiozie. I ministri sono liberi di discutere se il ripristino dell’oro valga questo sacrificio e se il sacrificio è solo temporaneo. Quando entra in azione una causa generale, quelli che vengono eliminati sono sempre i già deboli per altri motivi. Ma, se è vero che un’epidemia di influenza è fatale soltanto per i deboli di cuore, non è lecito per questo affermare che l’influenza è tutta positiva o che non sia responsabile della mortalità più di quanto lo sia la Corrente del Golfo» (p. 190).

Negare che una moneta più forte sia uno svantaggio per le esportazioni viene da Keynes relegato nella “categoria delle idiozie”. Per l’industria la perdita di competitività equivale alla necessità di comprimere i salari per ridurre il costo di produzione: l’evidente interrelazione causale fra i due fenomeni viene negata dal Governo per non dover ammettere la verità sulle conseguenze delle scelte di politica monetaria; i sacrifici devono apparire necessari e soprattutto senza alternative, come recita d’altronde anche l’odierno slogan TINA (there is no alternative). L’insieme di alternative e possibilità decisionali viene occultato dietro l’apparente “ovvietà” dei fatti, del comportamento dei mercati o delle richieste di modernizzazione, cioè i “riassestamenti fondamentali”:
«Se vogliono essere fedeli ai loro principi le autorità della Banca d’Inghilterra dovranno sfruttare questo margine di tempo per attuare quelli che vengono eufemisticamente chiamati i riassestamenti fondamentali. [...] Che cosa significa, in parole povere? Significa che dobbiamo ridurre i salari monetari e, per loro mezzo, il costo della vita, nella convinzione che quando il processo delle compressioni a catena sarà concluso, i salari reali avranno lo stesso valore, o quasi, che avevano prima. E qual è il processo pratico attraverso cui [...] si consegue questo risultato? Uno solo: aumentando deliberatamente la disoccupazione. [...] Questa è la sana politica che si impone come risultato della sconsiderata decisione di inchiodare la sterlina ad un valore aureo che, calcolato in potere d’acquisto della manodopera inglese, ancora non ha. Ma è una politica da cui ogni essere umano o razionale dovrebbe rifuggire» (p. 197-198).
La Banca d’Inghilterra contrae le linee di credito, quindi e le imprese non hanno più la liquidità per sostenere gli investimenti e iniziano a licenziare. Più si allarga la massa dei disoccupati più cala il costo del lavoro. La relazione non è diretta, si tratta appunto di una “catena” che partendo dal credit crunch porta ai licenziamenti e infine all’abbassamento dei salari:
«La deflazione non comprime i salari automaticamente, ma attraverso un aumento della disoccupazione. L’obiettivo specifico di una politica di denaro caro è di frenare un boom incipiente: sventura a chi se ne serve per aggravare una depressione!» (p. 199).
Perché Keynes preannuncia “sventura” agli Stati che perseguano simili politiche? Se le ipotesi del Governo britannico fossero corrette, la depressione sarebbe temporanea, durando solo fino a quando i salari saranno scesi fino a raggiungere il livello che consente alle imprese di recuperare competitività (quindi una diminuzione di circa il 10%). Da quel punto in poi la situazione dovrebbe stabilizzarsi, provocando inoltre un abbassamento del costo della vita e un recupero del potere reale di acquisto. Secondo Keynes non è così: politiche depressive producono depressione economica, non esiste un momento magico o epifanico dove il mercato si risolleverà da solo. Ma considereremo meglio in seguito questi aspetti, per ora torniamo a seguire il filo del ragionamento del saggio.
Come abbiamo visto, in quello che Keynes chiama “processo delle compressioni a catena” il risultato finale è l’abbattimento dei salari. La “catena” di causa-effetto non viene però pubblicamente riconosciuta e il discorso dominante nega la possibilità di percorrerla a ritroso per arrivare alle scelte, e quindi alle alternative. I sacrifici sono inevitabili, operai e disoccupati non devono avere scelta se non quella di accettare le “compressioni” (dei diritti e del tenore di vita):
«Ai minatori non si offre che la scelta fra la sottomissione e la fame, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi» (p. 200).
I lavoratori che vedono crollare il proprio tenore di vita:
«Sono le vittime sacrificate al Moloch dell’economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati dal Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra per soddisfare l’impazienza con cui i patres conscripti della City vogliono livellare la “modesta sfasatura” fra 4,40 e 4,86 dollari per sterlina. I minatori (e quelli che seguiranno) sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire la stabilità del gold standard» (p. 200).
Significativamente, Keynes, con amara ironia, chiama i finanzieri della City “patres conscripti” (nome dato nella Repubblica romana ai senatori), come se nel Parlamento inglese non decidessero i parlamentari eletti ma i “senatori” della finanza. Abbiamo già visto come per Keynes l’ancoraggio della moneta a un sistema di cambi fissi, per di più con una rivalutazione monetaria, equivalga a un enorme trasferimento di ricchezze dai lavoratori e dalle classi medie a favore dei rentiers, termine da lui utilizzato per nominare coloro che traggono profitti da attività non produttive (come il prestare denaro o speculare in Borsa). Dobbiamo anche sottolineare un non detto: per tutta la lunghezza del saggio Keynes non imputa mai l’ideazione delle politiche depressive, o di austerity, alla classe imprenditoriale, la quale anzi ne viene danneggiata proprio per via della depressione stessa (nonostante alcuni imprenditori possano cadere vittima dell’inganno ideologico secondo cui l’abbassamento del costo del lavoro porterà loro vantaggi nel lungo termine, e non solo nel breve periodo). In altri scritti Keynes approfondirà la sua concezione (critica) del ruolo dei rentiers, cioè della finanza, nell’economia, ma nel nostro articolo vi dedica solo alcuni accenni polemici, fra cui il seguente:
«Temo che le elaborazioni dei consiglieri di Churchill escano ancora dall’immaginario mondo accademico, popolato da redattori della City, membri del comitato Cunliffe o di quello monetario e di tutta quella genía, secondo la quale i necessari riassestamenti derivano automaticamente da una “sana” politica della Banca d’Inghilterra» (p. 193).
L’“immaginario mondo” dei tecnici accademici che consigliano il Governo è per Keynes “popolato” non da imprenditori o da genuini studiosi di economia, ma da “redattori della City”, finanzieri del comitato Cunliffe (lo stesso che raccomandò l’adozione del golden standard) e più in generale da una “genía” di speculatori e rentiers che credono di poter governare l’economia unicamente tramite le rarefatte leve delle politiche monetarie (ignorando quindi i processi dell’economia reale). La contrapposizione fra il “Moloch” delle dottrine liberiste e finanziarie e lo studio dei processi economici reali non potrebbe essere più forte:
«La verità è che siamo al bivio fra due teorie della società economica. L’una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto di classi. L’altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati dalla pressione economica, altrimenti detta “realtà dei fatti”, e che tutta la nostra grande macchina debba procedere a rullo compressore, tenendo presente soltanto l’equilibrio generale, e senza prestare attenzione alle conseguenze casuali che comporta per i singoli gruppi» (p. 200).

Le teorie economiche elaborate dai rentiers, che governano la City mentre contemporaneamente fungono da “tecnici” che scrivono i programmi economici del Governo, paragonate da Keynes a un Dio avido di sacrifici, il “Moloch”, hanno una particolare ossessione per il gold standard inteso come sistema di cambi fissi, tanto che quest’ultimo potrebbe essere definito l’“idolo” di questa visione fideistica dell’economia:
«Il gold standard, [...] con la sua fede nei “riassestamenti automatici”, è l’emblema sostanziale, l’idolo di quelli che siedono nella cabina di comando» (p. 201).
I “riassestamenti automatici” che dovrebbero far seguito ai “riassesti fondamentali” (le riforme strutturali) sono oggetto di una fede miracolistica in un evento messianico di salvezza: il mercato risorgerà da solo, come l’araba fenice, dopo la depressione portata dalla “catena di compressioni”: i sacrifici devono essere sopportati da lavoratori e imprenditori perché sono il pegno di una salvezza futura non ancora intravista ma certa. A questa fede dei rentiers Keynes contrappone un argomento logico ancor prima che empirico: manovre depressive producono depressione e non certo crescita. Si tratta di una semplice tautologia. Finché si adotteranno politiche di austerità depressiva continuerà la depressione, il mercato da solo non può “salvarsi”, cioè tornare a crescere mentre lo stiamo impoverendo con la “catena di compressioni” dei salari e quindi dello stesso mercato interno. Non esistono miracoli e un mercato impoverito non riprenderà a creare ricchezza. Keynes condanna senza mezzi termini l’autolesionismo di una simile governance dell’economia:
«È un modo odioso e disastroso perché ha effetti ineguali sui vari gruppi, a seconda della loro maggiore o minore forza, e perché determina uno spreco economico e sociale nel periodo di attuazione» (p. 205).
Come è possibile che i cittadini inglesi accettino una simile politica economica? In realtà, sostiene Keynes, non l’hanno mai accettata perché non ne sono mai stati informati: il Governo e i tecnici della City non hanno dichiarato apertamente la volontà di comprimere i salari per recuperare produttività, né hanno spiegato le logiche soggiacenti determinate scelte, preferendo trincerarsi dietro slogan generici quali “modernizzazione”, “stabilità”, e più di ogni altro “fiducia”:
«Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes [relativo alle riparazioni di guerra, ndr], alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto» (p. 202).
I cittadini si confrontano con una serie di difficoltà concrete nella vita di tutti i giorni, e non sempre riescono a cogliere il quadro generale dell’economia: grazie al “depistaggio” operato dai politici, con il Governo che “evita di chiamare le cose con il loro vero nome” (p. 198), la frustrazione dei lavoratori si scaglierà contro le cause apparenti della crisi, dalle “tensioni industriali” fino alla Cina. Il Governo darà la colpa della depressione “a qualunque cosa al mondo” pur di non ammettere le sue responsabilità di politica monetaria e pur di non dover presentare ai cittadini quali siano le reali alternative possibili, in modo che il Paese possa compiere una scelta consapevole e responsabile su come intende essere governato. Anche i sacrifici possono essere accettati, ma solo se sussiste una conoscenza condivisa della loro necessità e soprattutto dei loro effetti benefici sull’economia (cosa difficilmente dimostrabile nel nostro caso). Perché nascondere le cause del disagio e agitare finti bersagli? Per un motivo molto chiaro: le decisioni del Governo rappresentano: «una politica che il Paese non permetterebbe mai se sapesse come sono andate le cose» (p. 207).
Le previsioni di Keynes sull’Inghilterra dell’epoca furono confermate da un lungo periodo di crisi precedente a quella mondiale del ’29, e sono ancora oggi confermate dai dati storici sulle crisi in Argentina, Messico, Equador e molti altri Paesi che adottarono cambi fissi implementando politiche di austerity.
Quale soluzione propone Keynes alla spirale depressiva della “catena di compressioni” dell’austerity? Come è noto, l’economista sostiene la necessità di politiche anticicliche, e quindi “espansive” durante i periodi di recessione, ma non approfondisce l’argomento in questo saggio. Dedicheremo all’argomento un prossimo articolo, per ora accontentiamoci della pars destruens delle argomentazioni keynesiane.
E torniamo alla nostra situazione: sicuramente sareste rimasti sbalorditi, come lo sono stato io, nel leggere le straordinarie analogie fra la situazione descritta da Keynes e la nostra. A tal riguardo, ricordiamo solo alcuni dati. L’instaurazione dello SME prima e dell’euro poi ha creato un sistema di cambi fissi. In che modo vi è entrata l’Italia? In seguito alla crisi della lira del 1992, siamo rientrati nello SME nel 1998: a quale tasso di cambio? Il tasso, è noto, fu di 1936,27 lire per ogni euro. Il dato importante tuttavia non è questo ma il raffronto con il marco tedesco, quotato 1,95583 per ogni euro. Il calcolo dà 989,999 lire per ogni marco (dal 1998 al 2002, data di sostituzione delle monete locali con l’euro). Questo tasso di cambio fisso lira/marco equivalse a un forte apprezzamento della lira, il cui cambio, nei 3 anni precedenti al rientro nello SME, oscillava da un minimo di 1.300 lire per marco a un massimo di 1.100 lire per marco. 989,999 lire per marco, cifra “arbitraria” stabilita per il rientro nello SME, equivale a un fortissimo apprezzamento della lira rispetto sia alle 1.100 lire del tasso di cambio di mercato sia alle 1.300 lire delle oscillazioni precedenti. In altre parole, come la Sterlina con il gold standard si rivalutò rispetto al dollaro del 10%, noi abbiamo rivalutato di circa il 25% la lira rispetto al marco (e anche rispetto al dollaro, più debole dell’euro negli anni immediatamente successivi fino ad oggi). Non stupirà allora che dal 1998 le serie storiche di dati sulle nostre esportazioni segnino una contrazione progressiva, mentre parallelamente crescono le quote di esportazione tedesche in Europa e nel mondo.

Per un’economia debole avere una moneta agganciata a un’economia più forte produce perdita di competitività e una ridistribuzione della ricchezza. Esattamente ciò che è successo in tutta la periferia europea, dal Portogallo alla Spagna fino a noi. Avere una moneta scambiata a tasso fisso o un’unica moneta non è rilevate, ciò che importa è l’omogeneità valutaria imposta a zone economicamente disomogenee, che produce un travaso di ricchezza come fra vasi comunicanti. Agganciare una moneta debole a una più forte è una strategia storicamente utilizzata nello sfruttamento coloniale e neocoloniale: ad esempio gli Stati dell’Africa subsahariana ex colonie francesi avevano le loro valute agganciate al franco (ed oggi all’euro). Il FMI, come condizione per concedere prestiti ai Paesi africani in crisi, ha sempre chiesto che questi adottassero “riforme strutturali” a partire dalla parità monetaria con il dollaro. Argentina, Messico ed Equador sono tutti Paesi che prima del crollo finanziario avevano adottato la parità col dollaro (abbandonata negli anni successivi ai crolli finanziari in seguito a proteste di massa oceaniche).
In Italia, lo SME e l’euro hanno prodotto una perdita di competitività a cui i Governi hanno risposto con l’introduzione delle “riforme strutturali”: del mercato del lavoro con il pacchetto Treu, con l’abbandono della Scala mobile che agganciava i salari agli aumenti dell’inflazione, con l’estensione del precariato della riforma Biagi e con lo svuotamento dell’art. 18 della riforma Fornero. Riguardando il ventennio liberista che abbiamo alle spalle e davanti a noi, possiamo comprendere come gli obiettivi di flessibilizzazione e modernizzazione siano solo slogan: il vero obiettivo è attuare quella “catena di compressioni” che abbatteranno i salari grazie all’aumento della disoccupazione e della precarietà, nella speranza (la “fede” di cui parla Keynes) che questo porti a una maggiore competitività della nostra economia, in un futuro prossimo di salvezza messianica periodicamente annunciato da vent’anni. Di fatto, l’Italia non ha mai conosciuto un periodo così prolungato di stagnazione, e oggi di recessione, dal dopoguerra ad oggi: non è difficile comprenderlo se consideriamo che precarietà e disoccupazione impoveriscono la domanda interna (a chi dovrebbero vendere i loro prodotti gli imprenditori, in un mercato interno depresso e su un mercato estero dove hanno lo svantaggio competitivo di una moneta sopravvalutata?). Vent’anni di sacrifici ci hanno condotti nella situazione in cui siamo ora. Starà ai cittadini italiani decidere se vogliono continuare la spirale dei sacrifici o se intendono voltare pagine con l’ideologia liberista e il governo dei rentiers.



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